Leggera, dolce, “Pazza gioia”

lapazzagioiaNon so se Paolo Virzì abbia letto o si ispiri esplicitamente al Calvino delle Lezioni americane, aveva poco più di vent’anni quando  furono scritte, eppure in tutte le sue opere, anche e sopratutto ne La pazza gioia (in questi giorni nelle sale!) soffia quella stessa leggerezza di cui lo scrittore ligure parla nella prima delle sue conferenze. Non la leggerezza intesa come frivolezza, ma anzi la “leggerezza pensosa che può far apparire” anche “la frivolezza come pesante e opaca”, la leggerezza intesa come intelligenza capace di raccontare senza retorica e schemi preconcetti la realtà, con un occhio ironico che sfugge alla pietrificazione in favore di un dinamismo così simile a quello della vita, che mai si ferma davanti al dolore e trova sempre una strada per andare avanti, sia anch’essa, in assenza di alternative, la follia.

Di follia parla infatti La pazza gioia, una follia dolce e femminile, conseguenza di una società fragile e bisognosa d’amore come le due protagoniste: Beatrice Morandini Valdirana, appartenente a una famiglia nobile, incapace di accettare il fatto che il proprio uomo l’abbia lasciata (interpretata da una bravissima Valeria Bruni Tedeschi); e Donatella Morelli, ragazza-madre alla quale è stato tolto l’affidamento del figlio (interpretata dall’immancabile e altrettanto brava Micaela Ramazzotti).

Tra le due, appartenenti a due mondi e a due modi di pensare opposti, in una comunità terapeutica dove sono tenute donne affette da disturbi mentali in custodia giudiziaria, nasce un’amicizia che diventa una stampella per entrambe, una risorsa dove cercare quell’amore che manca altrove e fa soffrire, una risorsa che stimola entrambe a cercare la felicità.

-“Dove stiamo andando?Stiamo cercando un po’ di felicità Ma sei scema? E dove si trova? – Nei posti belli, nelle tovaglie di fiandra, nei vini buoni, nelle persone gentili..

Questo si dicono le due donne mentre fuggono dalla comunità per le campagne toscane, ridenti come loro, finalmente libere. Non tutto però è sorridente, dietro a ogni risata si nasconde la sofferenza profonda della storia di entrambe, sofferenza che lo spettatore avverte direttamente sulla pelle, in quanto queste due donne non sono poi così diverse da noi stessi o dalle persone che incontriamo tutti i giorni.

Così avviene una forte immedesimazione, anche grazie ai molti primi piani che ci mettono a tu per tu con i volti delle protagoniste. Le seguiamo nelle loro peripezie, nella loro queste,  nella ricerca disperata e speranzosa di riconquistare l’amore mancato da parte dei genitori, degli ex compagni, di un figlio, di una società che tende a non voler vedere chi non sta in certi canoni o che agisce più per il proprio interesse che per il bene di chi è fragile. Donatella dice”Sono nata triste…”, ma che le hanno tolto l’unica cosa che la rendeva felice, Elia, suo figlio. Si chiede se sia giusto.

Non racconterò altri dettagli sulla storia delle due meravigliose protagoniste, poiché il bello del film è proprio scoprirla a poco a poco insieme a loro, scavando fino alle radici del loro essere. Vorrei aggiungere una cosa, però. In un tempo come quello di oggi, in cui si stanno facendo forti passi avanti nella psichiatria e si stanno comprendendo gli errori (e gli orrori come gli OPG) fatti in passato, è importante che sia stato girato questo film, in quanto rispecchia e dà voce alle nuove avanguardie che stanno scoprendo come, più che con le medicine o con l’esclusione dalla società, le persone possano essere curate con l’integrazione; come non debbano essere private della loro personalità attraverso la sottrazione dei propri abiti e dei propri oggetti, attraverso la reclusione in ambienti asettici, ma debbano essere aiutate nella ricostruzione del loro io. Per fare ciò Virzì, come si può leggere nei titoli di coda, si è circondato di esperti del settore, che hanno dato una mano a costruire, a rendere concreti, credibili e reali i personaggi, appartenenti a un mondo con cui, purtroppo, non siamo abituati ad avere a che fare.

Con La pazza gioia non solo si può riuscire a comprendere, ma anche a entrare in questo mondo, con le sue piccole gioie e i suoi dolori, che a fine film ci lasciano con una gran varietà di emozioni ronzanti nella testa. Ronzano perché sono come api, leggere di quella leggerezza di cui parlavamo all’inizio, e rumorose di un rumore molesto, in quanto mettono in discussione anche noi stessi e il nostro modo di vedere il mondo. Sono tante: gioia, affetto, malinconia, sorpresa, tristezza, allegria, speranza, libertà, confusione, euforia, dolore, quiete, passione, tenerezza, serenità, solitudine.. Insieme fanno una bellissima melodia, in fondo la stessa melodia della vita, sia essa di un folle o di un sano, se poi questa distinzione ha un senso.. Io , soprattutto dopo aver visto La pazza gioia, credo di no. BUONA VISIONE!

Ma siete matte?“. “Secondo alcune perizie sembrerebbe di sì“.

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Leda

Caos, caos dappertutto! Anche adesso, nello scrivere la presentazione. Vorrei dire mille cose, ma non c’entrano. Mi dispiace, vi toccherà leggere i miei articoli se vorrete conoscermi! Lì, ve lo prometto, cercherò di metterci sempre me stessa

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