Domenico Modugno canta Nel blu dipinto di blu a Sanremo

Canzone italiana: La via verso la libertà

No ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia (F.Guccini)

Eccoci tornati alla nostra rubrica sul linguaggio delle canzoni, quel misto di musica e parole, di arte, che circonda la nostra vita quotidiana. La scorsa volta abbiamo raccontato come e perché per i cantanti italiani scrivere nella propria lingua sia difficile. Il succo è (se non avete voglia di andare a rileggere qui) che siamo obbligati a mettere il maggior numero di volte possibile parole accentate a fine verso, anche se ne siamo poverissimi.

Oggi racconteremo  invece quale è stato il percorso che ha portato la canzone italiana verso una maggiore (ma non totale) libertà, aggirando, violando, ingannando questa regola nei modi più fantasiosi e ingegnosi.  

Prima però una curiosità. Sapevate che la storia della canzone italiana fa iniziare il suo periodo contemporaneo con “Nel blu dipinto di blu”? La  conosciamo tutti ancora, nonostante sia uscita nel 1958, proprio perché fu una canzone linguisticamente rivoluzionaria, che per la prima volta parlava in maniera non troppo lontana da come parlavano gli italiani.

Mentre infatti Domenico Modugno vinceva Sanremo usando solo qualche inversione ma parole del tutto normali:

Penso che un sogno così non ritorni mai più
Mi dipingevo le mani e la faccia di blu
Poi d’improvviso venivo dal vento rapito
E incominciavo a volare nel cielo infinito

Edera di Nilla Pizzi si piazzava seconda, con un linguaggio retorico, pieno di parole troncate in fondo, antiquate o esagerate, come “anelito”, “tormenti”:

son l’edera legata al tuo cuor
in un supremo anelito
sono folle di te e questa gioventù
voglio offrirti con l’anima
senza nulla mai chiedere.
Se il vento scuote e fa tremar
le siepi in fiore
poi torna lieve a carezzar
con tanto amore
e tu che spesso fai soffrir
tormenti e pene  

Una distanza abissale.  Dopo quell’anno quella tra l’italiano e le canzoni diminuì tanto, e “soffrir” “tormentar”, soprattutto “amor”, si trovò sempre meno, per fortuna, nei testi. Togliere l’ultima lettera però, anche se sembrava artificiale, era un ottimo trucco per avere parole con l’accento alla fine del verso, come fare adesso?

Eccoci arrivati all’argomento di oggi, il percorso verso la liberazione della canzone…

I primi importanti passi chi potrebbe averli fatti se non il gruppo di cantautori degli anni Sessanta? Se li ascoltiamo ancora oggi, se qualche giorno fa ci siamo trovati in migliaia nelle piazze per ricordare i venti anni dalla morte di De Andrè è soprattutto per questo: Faber, Francesco Guccini, De Gregori, Dalla, sono stati dei liberatori della musica italiana, portandola verso possibilità di espressione prima impensabili, l’hanno resa poesia popolare e contemporanea, capace di non parlare solo di amore stereotipato, ma di tutto ciò che ci circonda. Come?

Questi artisti non hanno deciso di ignorare le  regole della metrica italiana, ma le hanno forzate al massimo, cercando di esplorare i limiti entro i quali potessero essere messe al servizio del testo: la parola accentata veniva messa solo dove strettamente necessaria,alla fine della strofa o sostituita spesso con parole che, invece di essere accentate sull’ultima, terminavano con due vocali (dittonghi accentati, -uo, -ia, ecc.). Le canzoni in questo modo sembravano più parlate che cantate ma questa innovazione, che sembra uno stupido tecnicismo, ha fatto sì che il numero di parole possibili a fine verso aumentasse tantissimo. Eskimo di Guccini è un ottimo esempio: alterna strofe con l’accento finale ogni due versi a strofe con questo nuovo stratagemma:

Ricordi fu con te a Santa Lucia
al portico dei Servi per Natale

credevo che Bologna fosse mia
ballammo insieme all’anno o a Carnevale

Lasciammo allora tutti e due un qualcuno
che non ne fece un dramma o non lo
so
ma con i miei maglioni ero a disagio
e mi pesava quel tuo
paleto’
Ma avevo la rivolta fra le dita
dei soldi in tasca niente e tu lo
sai
e mi pagavi il cinema stupita
e non ti era toccato farlo
mai

Comporre canzoni così però non era da tutti, era molto  più difficile che togliere l’ultima lettera finale; così sono stati i disimpegnati anni Ottanta e Novanta, che si erano rotti delle regole, della complessità, che hanno deciso davvero di rompere anche quelle norme metriche che i cantautori avevano solo forzato.

Vasco Rossi è precursore di questo. Perchè complicarsi la vita, quando posso mettere dei “sì”, “ah”, “Yeah” qua e là per fare le rime, rendere la mia canzone musicale, e fregare così la metrica? Voglio una vita spericolata è un manifesto:

Voglio una vita spericolata,
voglio una vita fatta così
voglio una vita che se ne frega,
che se ne frega di tutto, sì!

La vera innovazione però di quegli anni fu cambiare gli accenti delle parole, come fa Max Pezzali in Sei fantastica

Sei fantastica, forte come il rock’n roll
una scarica, uno shock elettrico
sei la fonte di energia
più potente che ci sia
bomba atomica
dritta nello stomaco
Storia a lieto fine,
ai confini della realtà
favola, bacchetta magica
ragione passione, giovinezza e maturità
armonia tra corpo e anima

“Elettrico” diventa “elettricò”, stomaco diventa “”stomacò, ecc. Non si può fare però con tutte le parole, solo con quelle che hanno l’accento sulla terzultima sillaba (“sdrucciole” in linguaggio tecnico) perché hanno in realtà un accento minore sull’ultima sillaba.

Non è stato Max Pezzali a inventare questo nuovo trucco, la canzone è del 2007, ma l’abbiamo scelta perché in pochi versi permette di vedere tutte le strategie oggi possibili per rendere una canzone musicale in italiano: accanto alle sdrucciole riaccentate (stomaco, elettrico, anima, atomica, magica), ci sono le classiche parole accentate sulla finale (realtà, maturità) e  le parole terminanti con un dittongo accentato (energia, sia). Ci sono infine parole inglesi come rock and roll, stratagemma che non avevo ancora nominato ma che è sempre più diffuso. Queste tecniche rendono oggi molto più facile scrivere in italiano rispetto a vent’anni fa, la canzone è stata (in parte) liberata! L’esplosione dell’indie è un’espressione di questa liberazione.

Accanto all’indie oggi però c’è un altro genere che sta esplodendo, negli anno Novanta era un sentiero ai margini, seguito da pochi, ora non si parla d’altro: il rap. Perchè?

Ne parleremo la prossima volta, in cui spiegheremo il motivo per si può dire che il rap è la seconda grande rivoluzione (la prima sono i cantautori) che sta portando l’italiano cantato verso la libertà.

Vi lasciamo con il consiglio musicale della settimana che anticipa il tema: Forever Jung di Caparezza. Alla prossima!

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