La La Land – Recensione di un sogno insperato

Il tanto declamato La La Land, dal titolo quasi fumettistico, la rivitalizzazione del musical all’americana. A pelle così romanzesco e melenso, forse futile, forse vano. Le quattordici candidature all’Oscar potrebbero valere un pugno di mosche, gli elogi come parole dettate dalla stampa prezzolata. Ma invece no. La La Land è un film raro e brillante, smaltato, sì, ma anche d’autore.

Mia e Sebastian (due nomignoli: Emma Stone e Ryan Gosling) sgomitano nei dintorni di Hollywood, lei per sfondare nella recitazione e lui per riportare in vita il jazz. Il loro incontro fortuito li conduce a conoscersi, frequentarsi, innamorarsi – la più classica delle vicende. Quello che conta, però, non è tanto la trama nuda e schietta (che comunque riserva delle deviazioni dal canone ritrito), quanto la forma con cui è narrata. Canzoni, spettacolo, una fotografia magnificamente retró, talora, e talvolta (quasi sempre) così densamente contemporanea.

Quella sensazione di cui sopra, le melensaggini a pelle, svaniscono nei primi venti minuti scarsi. Si dissolvono nelle coreografie e nell’ardore stilistico, nel montare di qualcosa ancora indescrivibile. Un’eccitazione recondita, ecco cosa, scalza il timore della noia; i riff accattivanti preludono all’impensabile, l’ambientazione fomenta la curiosità dei più fedeli amanti del cinema. Non mancano gli ammiccamenti, le citazioni sempre ludiche – ma anche sempre apportatrici di valore. Non disertano quegli attimi di sconcerto, poi, dove l’incredulità cede il posto alla meraviglia.

Damien Chazelle, regista prodigioso già alla ribalta con Whiplash, raddoppia il proprio capitale filmografico. Non si è stancato, dopo il compulsivo batterista, di costruire film attorno alla musica, sia essa centrale nella poetica o meno. In La La Land la musica è relegata, sotto certi aspetti, a mera circostanza. Un panorama delizioso e acceso, ma pur sempre un orizzonte, benché eccezionale. Senonché spartiti e genio si intrufolano parecchio visivamente nella tela degli amori e degli aneliti. In un ciuffo sbrindellato, la reiterazione di un motivetto. Piccoli dettagli macroscopici che impreziosiscono un lavoro oltre le velleità commerciali. Dettagli che includono momenti come City of Stars (candidata agli Oscar) o Lovely Night Dance.

È un amalgama di emozioni e musica pregna di eccessi, una baldoria possente e delicata. Una vetrina, anche, forse un po’ vanesia, del talento – che, in fondo, il talento narra. Racconta le vite e concretizza i sogni con un mulinello immaginifico e gustoso. E fluisce arterioso quell’introvabile sentore di baratro, di un lieto fine dalla sorte affidata a un lancio di dadi. Nostalgia e rammarico possono sembrare asfittici, ma è bello così. Bello ed estetico, bello e testimone del dialogo tra giorni e stagioni, siano esse annuali, sentimentali o cinematografiche.

La La Land è entrato molto prima della sua conclusione, agrodolce e poco classica, nel novero cinematografico del sottoscritto. Tutti, o quasi, abbiamo quell’elenco dei film preferiti. Capolavori annunciati da decenni o piccole briciole perdute sulla strada. Questo, questo lungometraggio musicale ad alta spettacolarizzazione, all’apparenza frivolo e guarnito di nastrini e merletti, non è da escludere da una lista del genere. Forse sono stato avventato. Probabilmente sono troppo euforico, esagitato in modo anormale – per cosa? Due ore di schermo bianco riempito di suoni e luci. Ma che suoni, che luci. Merita una seconda visione. Per ora, tuttavia, è un indelebile ricordo di puro cinema.

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