La grande muraglia, tra il pacchiano e il sottile – Recensione

Con quali strumenti intervenire su La grande muraglia è un cruccio non da poco. Un martello per demolire, un bisturi per la chirurgia. Un microscopio per capire in quali fragori l’autore Zhang Yimou abbia celato i propri talenti. Disfarsi dei preconcetti istintivi sulla tipologia del film è un’operazione che aiuta. Niente discriminazioni di genere, insomma – anche se ne abbiamo ingoiati già abbastanza di racconti pseudo-mitologici. Quello che il film fa è raccontare una storia che, debole in alcuni passaggi e incisa su tavole già scritte, affida alla leggenda del non-eroe un’epos imprevedibilmente sobrio.

William (Matt Damon), mercenario occhio di falco che umilierebbe – e lo fa – Robin Hood, è in viaggio verso la Cina. In Europa corrono anni duri, di guerre e corsa agli armamenti. Niente di meglio che dare credito alle voci che vogliono l’Oriente come patria di una nuova arma: la polvere nera. All’apparenza un’evoluzione della polvere da sparo – un po’ la fiamma nera di Claudio Paperinus – fa gola a molti da decenni. Ma sulla via per la grande muraglia, poi alle pendici della stessa, accadono fatti paranormali. I destini dei poco nobili cavalieri incontrano la strenua difesa del confine da parte della comandante Lin Mae, cui si uniscono per respingere degli invasori, a quanto pare, alieni.

La sinossi qui descritta è una versione altisonante del riassunto-spazzatura che si può fare del film. “Due soldati senza bandiera si uniscono all’esercito arcobaleno di quote rosa della Cina per sconfiggere i lucertoloni verdi e cattivi che vogliono divorare gli umani per nutrire la loro regina.” Un’accozzaglia del genere, però, non rende giustizia a La grande muraglia. Per certo scoppiettante, a tratti didascalico, indubbiamente vittima dell’altissimo budget stanziato – raddoppiato negli incassi. Ma in modo altrettanto sicuro è lineare, giustificato, pretenzioso quanto basta per osare un racconto già visto nell’immaginario di un pubblico alle prese da anni con la ripetitività delle majors.

Non basta Matt Damon conciato come un letale Chuck Noland per girare un gran film, eppure è sufficiente per incuriosire. E la curiosità, legata anche al nome del regista (Yimou), diventa irresistibile per vari motivi. Uno è Pedro Pascal, il venale compagno d’avventure (con una cicatrice sopracciglio-zigomo in memoria di un certo incidente oculistico). Oltre alla star di GoT dietro le quinte figurano anche menti che di storie se ne intendono. Gli sceneggiatori di Narcos, per esempio, e, su tutti, Tony Gilroy, sceneggiature della saga di Jason Bourne e dell’acclamato Rogue One.

La trama, per farla breve, non è il problema di questo film, né lo sono le circostanze medieval-punk che avviluppano i personaggi. Non ci sono elementi narrativi imbarazzanti, se si esclude la gragnuola di frasi fatte appena prima dell’ultimo atto. Allo stesso modo, però, mancano i contrappesi lodevoli che potrebbero spargere qualche accenno di qualità, anch’essa sull’alzo zero del galleggiamento.

Tra un’orda di rettili e ardui ripensamenti scorrono anche riflessioni più ampie. Una sorta di merceologia dell’uomo, per esempio – dare valore a un corpo animato solo in senso utilitario o di ricompensa. O anche, come detto in modo perfino troppo diretto, la fiducia che deve instaurarsi per un amalgama patriottica, inscalfibile. Non c’è rimpianto nell’aver dato fiducia a un catalizzatore di incassi come La grande muraglia. Anche considerando l’avarizia di melensaggini, la parsimonia sentimentale – che bene o male bilanciano gli slogan sulla fiducia reciproca – si approda a una semplicità rara. Avvincere senza esagerare è difficile, e Yimou ci riesce. Il troppo, per una volta, non stroppia.

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