La Famiglia Fang, spaccata dentro e sufficiente fuori

Famiglia Fang

Il batti e ribatti sommesso a cui si sfidano il fantastico e il reale è sempre un tema di grande effetto, al cinema. Vi è spesso un sottofondo da thriller, la luce che si affila sulla scenografia fredda e un ritmo narrativo che sopprime ogni incertezza visiva. La famiglia Fang, invece, cadenza e rallenta uno pseudo-dramma familiare poco fattuale su uno spunto meraviglioso, lasciando che la meraviglia si dissipi con la svalutazione formale che racconta (poco) ma non indaga.

Crescere in una famiglia di artisti dovrebbe essere un terno al lotto culturale. L’estro che si mischia alla lungimiranza e alle maniche larghe: un adolescente ci andrebbe a nozze premature. Annie e Baxter hanno avuto questa fortuna, che subitanea soccombe alla s- privativa. Caleb (Christopher Walken) e Nicole, padre e madre Fang, sono artisti, sì, ma contemporanei e performativi. Il mondo è il loro teatro, l’esasperazione dei passanti il loro sipario. La concezione di Arte che traspare dal film è simile al pensiero di Herzog sul rogue film-making, un contenuto traumatico, emozionante, che non è uno scompartimento della vita ma coincide con una scelta di vita. Ben presto la famigerata prole decide di seguire la propria strada, l’uno (Jason Bateman) imbarcandosi nella letteratura e l’altra (rediviva Nicole Kidman) mettendo a frutto i suoi metodi empirici di recitazione.

Bateman, nella veste ubiqua di regista e co-protagonista, sembra troppo indaffarato a raccapezzarsi sul ruolo da ricoprire sul set per inscatolare con armonia tutte le idee che la sceneggiatura propone. La storia è pressoché impalpabile, uno scheletro osteoporotico su cui vengono affettati tranci di riflessione. Il tema familiare sbriciola come Pollicino una sentiero conduttore che risulta fin troppo rettilineo, soleggiato e senza bivi fuorvianti. Il versante artistico, d’altro canto, è ben più suggestivo, pur se timidamente recluso nel suo territorio competente – troppo ristretto, forse, o troppo poco in vista.

La delusione su cui risulta impossibile transigere deriva invece dall’organizzazione dei piani della finzione e della realtà, direttamente annodati alla concezione di arte. O, meglio, più dell’organizzazione i loro rapporti. Perché la disposizione di tali concetti è accurata e coerente. Dà luogo, con la performance, a una bolla di realtà dove la finzione è bandita, e , se appare, produce a sua volta qualcosa di reale (l’esibizione nel parco, per esempio, grida proprio questo). Viceversa i fratelli, i child A & B, plasmano la finzione utilizzano la realtà come carburante (il topless paparazzato, o la scoperta degli “sparapatate”) prima di creare qualcosa di artistico.

A livello di significato tutto torna – benché lo stile taccia e si attenga a mostrare la successione di eventi in modo preciso, senza intervenire nello sviluppo tematico. Ma con un presupposto del genere, così malleabile e florido, la rigidità dei piani di realtà e finzione lascia a bocca asciutta chi si aspettava – come il sottoscritto – un intreccio maggiormente aggrovigliato, meno sentimentale e più sensazionale. Il loro rapporto appare, semplicemente, decifrabile e nitido, come una scaffalatura appena spolverata. Manca un po’ di surrealismo in stile Dalì, qualche liquefazione gommosa e magnetica per rimestare una precisione lodevole che si macchia di perfezione quasi euclidea.

Perché senza labilità, senza una foschia rumorosa, non c’è stupore, né sorpresa – così come avviene in Gone Girl, che ha anche tutto un altro spessore narrativo. E La famiglia Fang si veste di schiettezza parsimoniosa, e gioca al risparmio invece di scommettere.

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