John Wick – Capitolo 2: tra serietà e autoironia latente (recensione)

John Wick è un James Bond dalla sponda opposta della giustizia, e con lui si schiera la nostra morale. Certo, è un’etica ambigua e cupa – ma questo non ne intacca la deontologia. Wick, come personaggio e come mito, si candida a diventare il nuovo Chuck Norris delle esagerazioni. E il film, consapevole della sua natura eccentrica, apre a manetta il rubinetto dello stupore, dell’azione coreografata, dell’invulnerabilità fisica e della inamovibilità caratteriale. L’abito fa il monaco, e John Wick è un eremita alquanto letale.

C’è un po’ da compatirlo: il passato non gli concede una tregua nemmeno sotto minaccia. E sempre dagli anfratti di una brillante carriera omicida bussa alla porta Santino D’Antonio (Riccardo Scamarcio). Gli è creditore, ma John Wick (Keanu Reeves) è sordo alle promesse, e non solo. Lo è un po’ meno quando a parlare è un lanciagranate. Le regole sono regole, un pegno è un pegno. Ma anche la vendetta, sotto quei proverbi e quei moniti, ha un suo peso e un suo ruolo.

Il Capitolo 2 della saga ancora sbocconcellata arriva sull’onda del successo del primo film. Un’adrenalina raffinata gronda dalle scene d’azione insistite, opache e tirate a lucido. In questi momenti, che sublimano le scazzottate grossolane con sofisticatezze, sale a galla l’esperienza da stunt-man del regista, Chad Stahelski. Quasi riecheggia del Gun Kata di Equilibrium tanto è elegante nei movimenti, e allo stesso tempo ogni colpo esploso non dà minimamente l’impressione di essere a salve. Sparare vuol dire uccidere, non premere un grilletto morbido e inutile come quello delle pistole di scena.

Come ormai da tradizione, sovviene da dire, è l’ambientazione in cui Wick agisce che sparge valore e mistero nel film. O, meglio, nel mondo rappresentato. La rete di assassini, con qualche aggiunta per non lasciare a bocca asciutta i più avidi di particolari, mantiene il contorno fugace di un organo che esiste ma non si dà a vedere. Le sue regole, nello specifico, giocano un ruolo importante nella vicenda dell’inarrestabile protagonista, su un piano della storia senza escludere quello tematico.

Il racconto di John Wick, difatti, si annoda alla contrapposizione di regole e indole, tra vista e udito. Dove nel prologo – che conclude l’arco narrativo del primo film – è fondamentale l’ascolto (per prevedere le minacce, per comprendere lo spazio), nella parabola nuova di vendetta e promesse vige un principio che esautora l’acustico in favore del visivo. John Wick, sensorialmente, cambia. Si evolve, ma non a livello di personaggio. Un’evoluzione in termini tassonomici, di gruppo sociale al cui vertice siede John.

Tale suddivisione avvalora il percorso binario del personaggio: il rispetto delle regole parallelo agli sbotti iracondi e vendicativi squisitamente personali. Se nel primo film accantonava la pace per la ritorsione punitiva col solo scopo di approdarvi in seguito, qui non riesce a metterci una pietra sopra, vuoi per decisioni sbagliate od ostacoli esogeni. La progressione si fa iperbolica, irreversibile. Il privato contagia il pubblico fino a soffocarlo, e la morte oscilla tra opera d’arte e baracconata.

John Wick – Capitolo 2 tenta la voce grossa con un impianto estetico cromato che esalta la violenza galvanica. Strizza l’occhio al pacchiano e al pop, ricorda Kingsman di passaggio. È un film che un po’ maramaldeggia imbottito di pathos, che però evapora lungo la seconda parte viziandola di tenue monotonia. Tutt’altro che prolisso, certo – anche se le voci di Scamarcio e Gerini dovrebbero arrossire al confronto con un Luca Ward in gran forma. L’arringa più rilevante è quella che si può fare agli scontri: esenti dal truculento esibiscono invece una patina veemente. La voce non è così grossa, però, ma l’esattezza di certe scelte salva il film dall’essere eunuco.

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