Jimmy’s Hall – Anche i luoghi vivono

Jimmy's Hall

L’Irlanda, verde nei prati e nei fatti, ha un meteo fin troppo variabile, e un ombrello fa sempre comodo quando si esce. Soprattutto se l’uscita è quella del Regno Unito dall’UE e l’isola indipendente, autonoma dal ’22 e membro europeo dal ’73, può trascurare il meteo per puntare l’ombrello contro la terraferma, un ombrello gestuale composto di mano-avambraccio. Questo oggi. Cento anni fa, invece che di ombrello (vero o per insulto), ci si armava di valigie, addii e qualche ricordo per attraversare l’oceano esiliati da un sogno, dal Sogno, quel sogno coltivato in Jimmy’s Hall (Una storia d’amore e libertà, datato 2014 e diretto da Ken Loach) che non è stato estirpato neanche dal perbenismo cattolico.

La “Pearse-Connolly Hall”, nel 1933, è un Paese delle Meraviglie in rovina, la polvere ricopre perfino la pazzia e le tazze da tè. Gli orologi, immaginate, ticchettano nel verso giusto. Quattro lamiere e una colonia di tarli ne compongono la struttura, e la sua anima si è perduta come il corpo di un fantasma. E pensare che dieci anni prima era una forgia di cultura, divertimento e folklore che ospitava giovani menti e anziane membra, accomunate dalla volontà di evadere i dogmi tumidi della Santa Madre Chiesa – un po’ come l’Inghilterra che si atteggia a madrina ma poi si rivela, leopardianamente, matrigna diabolica.

Jimmy Grant, che ha vissuto nella vita reale l’indipendenza irlandese, è il protagonista della storia. In quei fatidici “dieci anni prima” è stato in America per sfuggire alle ripercussioni del suo credo non divino ma politico, afferrando l’idea del rimpatrio alla fine della Grande Depressione. Tornato a casa lo attende una nuova generazione che gli chiede – anzi, lo implora di rimettere in sesto la “Hall”. Vogliono ballare, non seguire le tremende omelie del parroco in tunica e paraocchi, discutere e dipingere, in barba alle acquasantiere.

La “Hall”, da quando Jimmy si convince che il rischio vale la candela, gioisce di luce propria come se le finestre fossero inutili – l’illuminazione sembra entrare e rimbalzare di sorriso in sorriso, condivisa da tutti. Gli orologi seguono il naturale corso a ritroso rivitalizzando il dolce aroma dello strepitoso 1922.

Certo, è anche l’albergo degli amori smarriti, dei ricordi obliati dalla fuga ma mai dissipati. Amore che si materializza in una indimenticabile scena in cui tempo, ricordo e realtà si mescolano, in cui Jimmy e Oonagh (niente spoiler, è palese che i loro sguardi emettono scintille che come il whisky invecchiando migliorano) danzano come spettri nel buio, nella penombra di una vita insieme smarrita e irreperibile.

Jimmy’s Hall – perché altrimenti non sarebbe un film del polemico Ken Loach – ovviamente non è limitato in qualche melodrammatica situazione di sguardi languidi. La combriccola affiatata di Jimmy Gralton sfida l’egemonia del potere ecclesiastico per principio e per ideologia in un periodo in cui il social-comunismo già camminava sui carboni ardenti. Jimmy è un condottiero politico che sfrutta la cultura al fine di rendere la comunità consapevole, indipendente e libera di ascoltare le prediche dei vicari poco celesti e molto umani al contempo divertendosi.

Religione e laicismo si affrontano come due galeoni che sporgono la fiancata per cannoneggiarsi. Entrambi hanno seguaci, entrambi hanno i loro luoghi di culto– una cattedrale in sontuosa pietra e gelide altezze contrapposta a quelle lamiere di cui sopra, senza tarli ma inchiodata con la volontà di migliorare il mondo. Uno è il tempio di Dio, l’altro è il tempio senza Dio – ma questo non vuole essere un tentativo di accusa. È solo la constatazione che è possibile imparare anche senza la supervisione clericale, senza la severità del bigottismo.

Ma se la Chiesa sfodera la proscrizione ufficiosa anche il coraggio ha poco valore. Valore, comunque, sostenuto dalla poetica del film; il confronto in parallelo tra le due “chiese”, infatti, non esalta ma semplicemente mostra l’innocuità della “Pearse-Connolly Hall”, immersa nella luce ambrata, danzante e collettiva. Dall’altro lato compare invece la caserma di Dio, in cui la geometria e la rigidità di inquadrature e montaggio, congelate dalla luce sacra, sì, ma gelida, condannano l’autorità individuale di chi userebbe la violenza per reprimere la diversità.

Se vi capitasse di passare vicino ai verdi pascoli di Leitrim, dunque, non disdegnate un cartello di legno con qualche scritta in pittura bianca. La “Hall” di Jimmy Gralton, dopo che apparentemente i tarli hanno fatto il loro mestiere, non c’è più. Ma azzardo che con un po’ d’orecchio potreste sentire la musica atea che inondava i verdi prati della verde Irlanda, di pochi metri quadri d’Irlanda – pochi metri che sono bastati per far danzare gli ospiti con la musica degli ideali e dell’amore incorruttibili nascosti in una valigia sempre pronta a fuggire.

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