Jeeg Robot, il dialetto che parla italiano

Lo chiamavan Jeeg Robot - locandina

Quando si parla di cinema italiano siamo tutti pronti a fare un passo indietro, a meno di nomi che negli ultimi tempi siano stati promossi ad “altisonante”. È difficile incappare nel film giusto: la produzione ispirata si rivela essere scadente, magari quella a cui non concederesti nemmeno del tempo, figuriamoci soldi, si rivela sorprendente. Non sono qui, però, a parlare di Lo chiamavano Jeeg Robot solo perché odora ancora di premiazioni, no; da tempo ho in serbo un commento per quest’opera d’acciaio fangoso.

A rischio di ricalcare La banda dei Babbi Natale, premessa: io non conosco Jeeg Robot d’acciaio. Ditemi Gundam ed estrarrò la sua miniatura, additate TMNT e non mostrerò l’action-figure a cui tenevo tanto ma che ho smarrito da bambino – dannazione! Ma per Jeeg chiedete a mio padre, faceva parte della sua generazione. Gabriele Mainetti, sedici anni in più di mio padre e regista esordiente sul grande schermo, riesce non solo a far rivivere sentimentalmente un mito di quaranta – 40, occhio – anni fa, ma anche a modellarlo con strumenti non dozzinali. Debutta e lo fa come autore animato da una nostalgia popolare impastata d’arte che svetta su molte altre opere italiane di pregio e interesse (come, per esempio, Veloce come il vento).

Jeeg Robot era l’eroe nell’anime a lui dedicato, il campione dell’umanità contro la minaccia dal passato. Nell’opera cinematografica, però, il protagonista Enzo Ceccotti – alias Claudio Santamaria, volto noto del cinema un po’ a tutto tondo – in verità è tutt’altro che un eroe. Ladruncolo dei sobborghi, delinque e fugge la giustizia sul limitare di Roma, con una sequenza di apertura pregiata e coinvolgente. Nemmeno il tempo di familiarizzare col suo mondo che già l’orbita muta: barile tossico, piede in fallo, crampi e convulsioni; una genesi dell’abilità apprezzabile anche in casa Marvel. Tutto decanta qualche minuto con chiaroscuri e sudore, poi la superforza è pronta. Ecce potere sovrumano, scoperto come si conviene per puro caso. Presa coscienza dei suoi nuovi limiti, non senza echi di umorismo che rafforzano utilmente il dramma, è tempo d’azione. Perciò non si smentisce, Enzo, e divelle un bancomat a mani nude.

Anche se con qualche proroga virtuale gli concediamo di star lavorandoci su, Enzo non è un eroe, non incarna ancora il Jeeg Robot del titolo. Jeeg Robot è quasi un sogno inafferrabile (“si poteva soltanto sussurrarlo”, reciterebbe Marco Aurelio) di una ragazza bislacca ossessionata dal cartone animato, leggera come un palloncino rosa e anche molto bella, la quale lentamente lo prende per mano e lo vota alla causa della giustizia, dell’ordine e dell’amore. Jeeg è l’ideale stesso dell’equilibrio, messo sul piatto della metropoli per controbilanciare l’ondata di terrorismo di Piombo causato dal crimine organizzato che avanza verso Nord. Enzo Ceccotti, quasi-eroe, pattina sulla circonferenza di Roma eludendo il dovere per dedicarsi a un sentimento grezzo, ai soldi che riempiono lo stomaco invece che alla indigente abnegazione per salvare il prossimo. Nell’anonimato di penombra e controluce le notizie di gesta al tritolo gli giungono solo tramite la televisione, irrilevanti per la sua vita corazzata.

Tutto qui? No. Il film sghignazza, si stratifica più serio, accompagnando l’evoluzione morale di Enzo con la folle regressione della sua psicolabile nemesi, Fabio lo “Zingaro”, esponente della spettacolarità italiana al neon nonché capobanda borioso. Due poli abbracciano l’intera Roma, la sopravvivenza in sordina e la spettacolarizzazione esplosiva, quest’ultima invischiata anche nel suddetto espatrio di mafie assortite. Conviene spendere un encomio per Luca Marinelli, interprete di questo instabile personaggio sicuramente fondamentale alla partecipazione emotiva al film, capace – come del resto Santamaria – di dare profondità alle situazioni e alla totalità del dramma. E i due caratteri sono anche collegati tra loro, tecnicamente, per poi evolversi diversamente: entrambi, infatti, sono presentati all’inizio in interni in cui la luce proviene dall’esterno e i vetri sembrano opacizzati appositamente per celebrare la penombra; ma dal primo intervento del Jeeg-eroe egli irrompe proprio da una finestra portando con sé la luce, volendo essere retorici, della giustizia superiore.

Lo chiamavano Jeeg Robot, insomma, si destreggia con una narrazione articolata e palpitante che si fregia delle capacità promettenti del vigoroso Mainetti. Ma c’è dell’altro nel corso fluviale di arte e scrupolo di questo film. Non è il solito lungometraggio italiano a corto di idee, magari con buoni principi ma col serbatoio scarsamente capiente; non ripiega sull’equivoco, né è comparabile ai modelli americani. È un film italiano che parla l’italiano, quell’italiano di dialetto popolare che infonde la sicurezza di conoscere l’ambiente, i fatti, i retroscena e anche le curiosità. Nonostante la sua natura centrifuga Jeeg Robot assume infine la posizione più caput mundi possibile, non camminando sui colti sampietrini ma inciampando e rialzandosi, mentre avanza, sull’asfalto sconnesso della periferia, fino all’emblema della gloria e dell’Italia – no, non sto parlando del Vaticano: la religione non c’entra proprio niente. Il fantastico, inoltre, è fondamentale. A dispetto di una tradizione italiana tutta contrassegnata dalla verosimiglianza (leggasi sarcasticamente “non c’avemo li sordi pe’ gli effetti speciali”), il film si disloca su un piano irraggiungibile, e ne esce vincitore in quanto ancorato al realismo tramite il vernacolo e l’attualità sociale, tutto ciò che ci stringe le spalle fuori dalla soglia di casa. Jeeg è il nuovo eroe di Roma, se non maggiore almeno simbolico quanto una bandiera sportiva come Totti, puntiforme ma al contempo sterminato.

Roma. Io la immagino sempre scintillante, intrisa di Storia e poesia. Non è una città fatta solo di strade e statue, no, non è solo quattro lettere ammucchiate che ospitano edifici. Roma è un monumento, permane, dai gladiatori a Il gladiatore. E dopo? Inchieste, corruzione, mafia, funerali che non sarebbero celebrati nemmeno per Dante (ci credo, con tutto quello che Dante faceva passare alla Chiesa). Roma è un guscio irregolare pronto a implodere al minimo soffio, come Suburra ha rivelato. Ma non è più vuota. Sporco e sbozzato, Roma ha trovato il suo monumento più grande. Ha trovato Jeeg Robot. E se ancora siete diffidenti guardate, e ascoltate, questo (attenzione: pericolo estasi).

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Za la Film

Chi sono? Irrilevante. Uomo o donna, nullafacente od occupato, recensore o perditempo. Mi sono laureato presso il DAMS di Bologna e frequento attualmente la magistrale CITEM. Studio, scrivo, fotografo, perché l’amore è l’amore e, se è amore per il cinema, tanto di guadagnato. Mi inoculo di serialità contemporanea, quando posso, e, quando posso, sgattaiolo in una sala buia, laggiù, dove la penombra attende i ventiquattro fotogrammi al secondo e gli occhi della platea sono avidi di storie e d’immagini.

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