J.R.R. Tolkien e G.R.R. Martin

Tolkien MartinLa tentazione di stabilire un confronto fra la produzione di Tolkien (quello che potremmo definire il “canone” tolkieniano, nella sua interezza) e la sterminata saga letteraria di George R. R. Martin (“Le cronache del giacchio e del fuoco”) è qualcosa a cui, probabilmente, non ci si può sottrarre. E tale istintivo proposito è per giunta ragionevole e piuttosto sensato innanzitutto per via della evidentissima comunanza di traccianti narratologici che lega le penne dei nostri due geni dell’high fantasy.

J.R.R. Tolkien

Per evidenziare questo rapporto, potremmo dire, di stretta (e inevitabile) filiazione, vorrei portare a testimonianza uno scritto di Martin, più esattamente la sua introduzione ad un volume intitolato “Meditations on Middle Earth” pubblicato nel 2001 dall’editore St. Martin’s Press (il volume è disponibile solamente in inglese).

In questa breve ma densissima introduzione ad un volume che, come il titolo suggerisce, propone una serie di interessanti saggi sull’universo della Terra di Mezzo, Martin esprime alcune idee utilissime per stabilire quale sia il suo debito intellettuale nei confronti del professore di Oxford. Ma l’esordio del suo scritto ha di fatto un tenore differente: Martin vuole sottolineare quanto il genere “fantastico” fosse già ampiamente sviluppato ben prima del sorgere di Tolkien.

George R.R. Martin

Egli scrive infatti che “La letteratura fantastica è esistita molto prima di J.R.R. Tolkien”. A questo punto, con molta rapidità, ci fornisce alcuni esempi di opere, per così dire, proto-fantastiche: l’epica greca (Omero), gli scritti di Shakespeare, la Canzone di Rolando, il Dracula di Bram Stoker e i racconti di Edgar Allan Poe. Tutti questi richiami hanno un sapore suggestivo e invitante, ci spingono ovviamente a riconsiderare la rigidità delle divisioni di genere (letterario). Dopo questo stringato elenco, il buon Martin giunge al nocciolo della questione:

“La letteratura fantastica esisteva molto prima di lui, sì, ma J.R.R. Tolkien l’ha presa e l’ha fatta sua in un modo in cui nessuno scrittore prima di lui aveva mai fatto, un modo in cui nessuno scrittore riuscirà mai più a fare.”

E aggiunge:

“Tolkien ha cambiato la letteratura fantastica; l’ha elevata e ridefinita, al punto che non sarà mai più la stessa. Continuano ad essere scritti e pubblicati molti tipi diversi di fantastico, certo, ma una singola varietà è arrivata a dominare sia gli scaffali delle librerie sia le liste dei best-seller. È chiamata a volte fantasy epica, a volte high fantasy, ma dovrebbe essere chiamata fantasy tolkienesca.”

La portata di queste affermazioni, come si può facilmente comprendere, è strabiliante. Si propone, in sostanza, di coniare una nuova definizione per un certo tipo, profondamente caratterizzato, di letteratura fantastica. Una definizione che contenga una cifra profondamente e indissolubilmente tolkieniana. Si nota un profondo riconoscimento dell’autorevolezza di Tolkien e si ascrive ad egli la patria potestà su un genere letterario tanto fruttuoso e pregevole, almeno nei suoi esponenti migliori.

In seguito lo scrittore propone quello che ritiene il segno distintivo dell’high fantasy tolkieniano:

“J.R.R. Tolkien è stato il primo a creare un universo secondario completamente realizzato, un intero mondo con la sua geografia, la sua storia, le sue leggende, completamente disconnesso dal nostro, eppure altrettanto reale…Tolkien ci ha dato personaggi meravigliosi, una prosa evocativa, alcune avventure toccanti e battaglie eccitanti… ma sono i luoghi quelli che ricordiamo più di tutto. Da tempo dico che nella fantasy contemporanea l’ambientazione diventa un personaggio a sé. È stato Tolkien a fare sì che così fosse.”

Il paesaggio dunque è un personaggio, e in ciò, in questa effettiva caratterizzazione specifica dell’opera di Tolkien, Martin identifica il carattere di innovatività rispetto alla tradizione precedente. E in effetti, la cura dedicata da Tolkien alle architetture geografiche è notevolissima e incantevole.

Questa introduzione si conclude con una frase stentorea e inequivocabile:

“Quasi tutti gli scrittori contemporanei di fantasy (e nel loro numero includo certamente anche me) ammettono felicemente il loro debito nei confronti del Maestro, ma anche quelli che denigrano Tolkien a gran voce non possono sfuggire alla sua influenza.”

Tolkien è il maestro, dunque direi che è il caso di sgombrare la scena da qualsiasi tipo di presunta rivalità fra i due grandi scrittori. Si può altresì riconoscere una attestazione di stima, di riconoscenza e anche di discendenza letteraria dal filologo inglese. E ciò coinvolge, inevitabilmente, anche i suoi detrattori: Tolkien ha impresso un marchio indelebile.

La frase di chiusura del contributo di Martin è pregnante, e per questo (ringraziando Soronel per avermi fornito un’ottima traduzione di questo articolo dall’inglese) mi piace porla a conclusione del mio articolo:

“Ma non importa quanto a lungo e quanto lontano viaggiamo, non dobbiamo mai dimenticare che il cammino è iniziato a Casa Baggins, e che stiamo ancora seguendo le impronte di Bilbo”.

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