Il più grande spettacolo della Terra?

coverSe dovessi scegliere una parola, un termine specifico, oppure un sintagma unico per descrivere l’opera saggistica di cui ora andrò a parlare, opterei per il segno linguistico “pressoché”.

Il lettore capirà presto cosa intendo, ma comincerò con il fornire le basilari informazioni necessarie ad inquadrare il libro. Si tratta di una pubblicazione del 2009 di Richard Dawkins, ben noto biologo inglese e prolifico divulgatore. Il taglio del volume è, come già accennato, blandamente saggistico e presenta i caratteri divulgativi tipici di opere dirette ad una massa di pubblico generica, non specializzata e anche, forse, lievemente ignorante di biologia. Il titolo vuole essere indubbiamente accattivante, se mi si concede anche “artistico” e magnetico, in linea con la ormai proverbiale furbesca attitudine di Dawkins (non me ne voglia l’autore): “Il più grande spettacolo della Terra: perché Darwin aveva ragione”.

Richard Dawkins

La lettura è agevole e non si incaglia in tecnicismi del gergo scientifico-biologico, o almeno laddove si incontrano passi più irti non si tratta di asperità insormontabili; il più grande pregio del libro è, a mio avviso, una certa chiarezza espositiva e un gusto veramente raffinato per l’aneddotica, una aneddotica davvero arricchente, (per nulla sterile) e fornitrice di storie curiosissime.

Chiunque sia interessato a tematiche di carattere scientifico o più specificamente proprio alle controversie legate alla “teoria dell’evoluzione”, credo che sia obbligato moralmente a leggere questo libro. Innanzitutto perché è scritto dal più fiero mastino contemporaneo di Darwin, come molti già sapranno. Peraltro Richard Dawkins è persona preparatissima, scienziato arguto e comunicatore sapiente. Quindi i valori dello scritto sono molteplici e innegabili. Complimenti.

Ma non è su questo che voglio soffermarmi. Voglio piuttosto descrivere i punti fallaci, i gangli deboli della catena argomentativa del nostro autore. Sarà dunque soprattutto un’azione “destruens”, la mia.

Il principale avversario dell’autore è quel “40% di americani” che si ostina a non ritenere valida la teoria dell’evoluzione, quindi egli si cimenta in una puntuale e magistrale esposizione delle prove a sostegno del neodarwinismo. Ma qua e là troviamo alcune affermazioni che andrebbero meglio approfondite.

Charles Darwin

 Nessuno sa che cosa sia realmente accaduto durante l’epica biforcazione delle due linee evolutive.

Successe tanto tempo fa, non sappiamo assolutamente dove. Non conosciamo i dettagli della divisione di Protamnio darwinii e non ci occorre conoscerli.

Queste frasi caricano una forte perplessità sulle spalle del lettore. Non sembra vi sia nulla di definitivo, non sappiamo molto, l’incertezza regna abbastanza sovrana, almeno in merito alle specifiche appena descritte. Poi, in alcuni passaggi, si sconfina nel semiserio

 È quasi ridicolo dirlo, ma temo di doverlo fare a causa dell’oltre 40% di americani che, come ho spiegato con rammarico nel primo capitolo, prende la Bibbia alla lettera: pensate a come apparirebbe la distribuzione geografica degli animali se questi si fossero sparpagliati per il mondo scendendo dall’Arca di Noè. Non dovremmo osservare una biodiversità decrescente a mano a mano che ci allontaniamo dall’epicentro, collocabile presumibilmente sul monte Ararat? Superfluo dire che non è quello che vediamo.

Perché un creatore onnipotente avrebbe messo i lemuri nel Madagascar e da nessun’altra parte? Perché avrebbe collocato le platirrine solo in Sudamerica e le catarrine solo in Africa e Asia?

Tutte queste asserzioni appaiono illogiche e insensate; forse un creatore ragionerebbe secondo consequenzialità tanto umane? Il concetto della biodiversità decrescente “man mano che ci allontaniamo dal monte Ararat” forse non merita neanche considerazione. Non è in questo modo che si tiene testa ai creazionisti.

 Non è splendida l’idea di una modifica quasi indefinita che si compie nell’arco di ere geologiche e nella quale ogni forma modificata mantiene tracce inconfondibili dell’originale?

Dunque queste tracce inconfondibili devono pur essersi originate in qualche modo, e come, esattamente, lo hanno fatto? Da cosa tutto è scaturito? Non mi pare una domanda irrilevante nell’economia della teoria dell’evoluzione. Più avanti leggiamo:

Non sappiamo con certezza che vantaggi selettivi abbiano acquisito gli individui che per primi drizzarono la schiena e camminarono su due zampe.

Di nuovo una disarmante incapacità di giustificare scientificamente una modifica così determinante che sarebbe frutto di un processo naturale il quale agisce attraverso la selezione naturale. Ma la storia della stazione eretta resta per tutti noi un grosso buco. Non possiamo ritenerci soddisfatti. In un capitolo intitolato “Teodicea evoluzionistica” Dawkins afferma:

 Fino alla metà del XX secolo, si è ritenuto che la vita fosse qualitativamente superiore alla fisica e alla chimica. Oggi non più. La differenza tra vita e non vita è una questione non già di sostanza, bensì di informazione. Gli esseri viventi contengono prodigiose quantità di informazioni.

Qui Dawkins spaccia per assodata una asserzione che non lo è affatto. La differenza fra vita e non vita è una questione di informazione? Mi pare arduo da sostenere. Troviamo poi, in successione, queste tre affermazioni che chiariranno la proposizione di apertura del mio articolo:

 Darwin aveva ragione a essere prudente, ma oggi siamo pressoché certi che tutte le creature viventi siano discese da un unico antenato.

Credo sia pressoché certo che tutti gli esseri viventi il cui codice genetico è stato analizzato discendano da un antenato comune.

 Questo è un libro sulle prove, e non abbiamo prove dell’evento cruciale che innescò l’evoluzione su questo pianeta.

“Pressoché” è la parola chiave. “Credo” è un’altra parola chiave. “Non abbiamo le prove” è una costruzione sintagmatica esplicativa, probabilmente, dell’intero libro.

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