Il Babadook

the-babadook-image-1Babadook. Definirlo un film dell’orrore è troppo poco. O forse è troppo. Babadook sfugge ad un irretimento nelle normali categorie di genere cinematografico. E’ un’opera d’arte estremamente complessa, un lavoro intellettuale di finissima arguzia, qualcosa che mancava alla cinematografia recente.

Jennifer Kent, regista del film

Si può cominciare con l’elogiare la scenografia e la fotografia perché l’ambiente cupo, incolore e quasi daltonico carica le atmosfere del film di un sapore triste e riesce a comunicare sensazioni raggelanti fin da subito. L’ambientazione è dunque curata nel minimo dettaglio, tutto è minimale e disadorno, gli arredi sono essenziali e non vi è ridondanza in nessun senso. Gli occhi dello spettatore non sono riempiti da un’accozzaglia di oggetti, non si gioca con l’affastellamento.

La trama è abbastanza lineare: una madre e il suo giovane figlioletto vivono con profondo disagio la morte del loro marito e padre. Egli è infatti venuto a mancare proprio in occasione della nascita del figlio, in seguito ad un incidente stradale verificatosi mentre i due coniugi erano in viaggio verso l’ospedale per dare alla luce il bambino. Di anni ne sono passati un po’ da quel giorno ma la madre nutre un malcelato astio verso suo figlio (in qualche modo responsabile della morte del marito), e il bambino, dal canto suo, presenta evidentissimi problemi comportamentali e una personalità difficilmente gestibile.

In questo scenario fa il suo ingresso una sorta di libro magico e maledetto, che in qualche modo ospita lo spirito di un mostruoso essere, e che una volta sfogliato concede al Babadook (l’essere mostruoso) la possibilità di penetrare nelle vite dei due protagonisti.

In realtà questo demone, molto simile nelle fattezze ad un “uomo nero” ma per certi aspetti originalissimo, non ci viene quasi mai mostrato, ma la sua presenza aleggia in ogni scena. Babadook è un disturbo psichiatrico, è inutile girarci intorno. I livelli di lettura restano comunque molteplici, ma questo mostro non esiste, è la proiezione dell’animo nero della protagonista, finita in una spirale di devastazione psicologica, in un’atroce galleria depressiva.

Una esemplare rappresentazione metaforica, come raramente se ne erano viste almeno a mia memoria. E soprattutto una raffigurazione perfetta, tenebrosa e orribile, arricchita da una angoscia reale, del tutto verosimile. Il film è terrificante proprio perché ci racconta qualcosa di immanente, per nulla fantastico, mette in scena un fatto reale.

Il protagonista della pellicola, dunque, non è un mostro che infesta una casa, o un assassino con poteri superumani, o un’entità inafferrabile. Il protagonista è una malattia dell’anima.

La regia di Jennifer Kent è magistrale, lambisce la perfezione, gli attori sono impeccabili. Il finale è di un’intelligenza fredda che bandisce qualsiasi ipocrisia e qualsiasi tranquillizzante ottimismo.

 

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