I Linkin Park chiudono col botto il Rock In Roma

Quando a pochi mesi dal termine del concerto del 10 giugno 2014, scoprii che i Linkin Park avrebbero tenuto un altro concerto in Italia  sono andato in fibrillazione. Come avrete già inteso questo sarà tutt’altro che un articolo oggettivo e professionale, ma più un commento di un fanboy esaltato.

Sono arrivato a Roma il giorno prima, avevo prenotato l’albergo, preparandomi psicologicamente al peggio: durante tutta la settimana il meteo non prevedeva nulla di buono per il week end. Armato di k-way e provviste per la giornata, dopo una svegliataccia alle 4.30, a 15 minuti prima delle 5 mi trovavo in coda in compagnia dei due bei cannoli che mi ero preso il giorno prima. Fa freddo, il tempo passa velocemente dopo aver fatto la conoscenza di altri 4 ragazzi, 2 veneti e 2 campani.

Sono le 13, la fila si sposta, appiccicati l’uno all’altro come la sottiletta all’hamburger caldo sopportiamo l’opprimente stato in cui ci troviamo per un’ora, fino a quando vediamo un responsabile del RIR avvicinarsi al nostro gruppo con dei braccialetti gialli. Il PIT era nostro. La zona solamente riservata ai primi che riescono ad aggiudicarsi i posti in coda, larga tutto il palco e lunga 20 metri.

La parte più importante dell’attesa era finita. Iniziava quella più difficile, l’attesa sotto il sole (sì esatto, al posto della pioggia abbiamo trovato un sole cocente ad accoglierci). Le ore, al contrario di quelle precedenti, trascorrevano lente, ma almeno potevamo muoverci dentro e fuori (grazie al braccialetto che ci avevano dato)..

Finalmente sono le 20.00; aspettiamo trepidanti la band canadese che aprirà il concerto e ci “scalderà” prima di vedere i nostri beniamini. Eccoli, arrivano. I Simple Plan fanno il loro ingresso sul palco. Pierre era gasato, parlava italiano manco fosse un madrelingua. Shut Up!, Jump, I’d Do Anything, Welcome To My Life e tante altre per terminare con la bellissima Perfect.

Tremo. Ma non fa freddo. Tremo. Gli addetti hanno finito di preparare il palco. Le luci si spengono. Entrano. Sono loro. Neanche il tempo di emozionarsi che attacca Papercut con un boato assordante, il cuore a mille e le urla a squarciagola. L’intero ippodromo, le 30-40.000 voci che diventano tutt’una, cantando all’unisono i nostri brani preferiti. Chester è un mostro, nonostante i suoi 39 anni e i 20 giorni di tour in tutta Europa alle spalle la sua voce è come non mai; potente, graffiante e scatenato, canta per un’ora e qualcosa, fino a quando tutti i membri si prendono una pausa per riposarsi, e Chester ne approfitta per fare una dedica, ad Alessandro, un membro attivo di LP Italia e di LP Underground morto tragicamente in un incidente stradale poco tempo fa. Terminata la dedica sotto scroscianti applausi, si leva un coro dalle prime file “A place for my headA place for my headA place for my head!”. All’inaspettata richiesta, la band californiana si scambia uno sguardo dubbioso, poi le parole di Chester “As you wish!” e il boato di approvazione… Alcuni minuti di improvvisazione per fa accordare la chitarra e poi un’onda sonora si abbatte nuovamente su di noi, ridandoci la voce che avevamo perso prima.

Ancora mezz’ora fra canzoni, scream e growl, ed è tutto finito. Prima o poi doveva. Saluto gli amici che avevo conosciuto e mi avvio verso l’hotel, ancora la musica che mi rimbomba nel cervello. Non è facile descrivere le emozioni che si prova nel vedere la tua band preferita dal vivo, ma so che chi ha fatto lo stesso mi capisce, e non ha bisogno di altre parole, per chi invece non ne ha avuto ancora occasione, gli auguro di vivere quest’esperienza il prma possibile.

Foto di Giuseppe Maffia prese dal sito www.metalinitaly.com

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