I folli mille mondi di Alice

tumblr_static_tumblr_static__640Ok, tutti conoscono Alice, la bambina che inseguendo un coniglio cade in un buco e conosce un mondo fantastico, la bambina che è simbolo di tutti coloro che vivono in un mondo proprio tanto da essere diventata un modo di dire (“quella sembra Alice nel paese delle meraviglie!”). Ma perchè la conoscono tutti? Nel mondo anglosassone è entrata a far parte dell’immaginario collettivo, del background culturale, da tanto tempo. In Italia invece è conosciuta soprattutto grazie al film della Disney degli anni cinquanta e al molto più recente film di Tim Burton, Alice in Wonderland. Ma quanti hanno letto il libro? anzi, i libri! Non tutti sanno infatti che Carroll non ha fatto viaggiare Alice solo nel “mondo delle meraviglie” ma anche “attraverso lo specchio” e che anche Dalì ha viaggiato con lei, così come molti altri artisti che vi hanno visto una magnifica rappresentazione della parte irrazionale presente in ognuno di noi, analizzata scientificamente da Freud solo molti anni dopo. In questo articolo e nel prossimo (è necessario se vogliamo fare un’analisi accurata) analizzerò tutti i viaggi di Alice, il significato che c’è dietro i magnifici personaggi da lei incontrati, così come le varie interpretazioni, che dicono molto del periodo in cui sono state date. Dunque, buon viaggio nella follia!!

Le illustrazioni seguenti sono tutte di John Tenniel, con cui Carroll lavorò a stretto contatto, inserite nella prima edizione dei libri

Oggi intanto parleremo dei due libri. Carroll scrisse Alice’s adventures in Wonderland nel 1856 e Through the Looking-Glass, and What Alice Found There nel 1871, in piena età vittoriana, ovvero in un’età imbevuta di positivismo che, come ci racconta Dickens in “Hard Times”, voleva basarsi solo su fatti e tendeva a reprimere la fantasia nei bambini, trattandoli come semplici “recipienti” in cui inserire informazioni. Carroll (il cui vero nome era Charles Dogson) sentiva le contraddizioni di questo periodo, l’ipocrisia, il pericolo che si nascondeva dietro e, in una giornata di sole, mentre si trova in barca sul Tamigi in compagnia di tre bambine, iniziò a raccontare loro una storia, di una bambina ribelle in un mondo fantastico. Così nacque Alice, in un momento preciso, nacque per insegnare a queste tre bambine (la preferita di Carroll si chiamava Alice) e a tutti noi, a non lasciar morire la fantasia, a tenerla sempre attiva, sveglia, a non lasciarsi incatenare da nessuna regola, nessun principio, nemmeno quello di non contraddizione e lasciarsi cullare dai sogni, i sogni del nonsenso. Se le tre bambine vi fossero riuscite, se ci riusciremo noi,  Alice vivrà sempre. Loro stesse sarebbero state Alice, noi stessi lo potremo essere, basta volerlo.

Il romanzo, non per niente chiamato “capolavoro del nonsenso”, inizia con Alice che cade in una buca, mentre sta rincorrendo uno strano coniglio con l’orologio da taschino. Entra così in un mondo sotterraneo in cui incontra topi e dodo parlanti, un gatto del Cheshire (lo Stregatto), una lepre, un cappellaio triste, un bruco blu col narghilè e cibi strani che la fanno crescere e tornare piccola improvvisamente. Infine incontra carte parlanti, servitrici di una regina crudele che si diverte a giocare a croquet con fenicotteri e ricci e vuole tagliare la testa a tutti. Alice fugge, infine scopre che era tutto un sogno.

Non c’è dunque una vera e propria trama, o comunque vi è una trama molto debole, vi sono piuttosto una serie di incontri con personaggi assurdi, grazie ai quali il romanzo è entrato nell’immaginario collettivo anglosassone: ognuno di loro rappresenta un diverso tipo di follia umana. Attraverso essi Carroll non vuole ammonirci, ma mostrarci che non solo in tutti vi è una parte irrazionale, ma che essa non ha bisogno di essere temuta e repressa: è la parte più bella, dove si possono scoprire nuovi mondi, dove nasce la fantasia. Poichè tutto avviene all’interno del sogno di Alice, possiamo affermare inoltre che i personaggi incarnano la parte irrazionale della mente della ragazza, mentre la bambina Alice rappresenta nel sogno la parte razionale, la parte legata alla sua istruzione vittoriana. Alice’s adventures in wonderland è dunque un’immersione nell’inconscio di ognuno di noi, fatta molto prima che l’inconscio fosse scoperto dallo stesso Freud.

Ma vediamo i personaggi uno per uno. Il bianconiglio rappresenta il pazzo-occupato (come lo definirebbe Seneca), sempre di fretta, di corsa, anche se non sa dove deve andare; è lui a far cadere Alice nel mondo del nonsenso. Il brucaliffo è invece il filosofo folle che, utilizzando l’arte maieutica, porta Alice a chiedersi: “Chi sono io?”.  La lepre rappresenta  la schizofrenia, con la sua frenesia rende l’atmosfera elettrica confondendo la stessa Alice; lo Stregatto è l’enigmatico, appare e scompare, fa pensare alla bambina di essere diventata anche lei matta. Infine il Cappellaio rappresenta la depressione, un trauma ha rovinato la sua vita e non riesce a superarlo, mentre la Regina Rossa incarna la follia malvagia: esaltata dal potere, pensa di poter fare tutto ciò che vuole, senza regole etiche.

Carroll dunque ci offre un ampio ritratto della “follia” del mondo, dipingendocela come inquietante ma affascinante al tempo stesso, da scoprire, magica proprio perchè differente dal mondo reale, pieno di numeri e basta (Alice odia la matematica). E’ l’altra faccia della medaglia della società vittoriana, è ciò che si nasconde dietro, ma che non andrebbe nascosto, bensì scoperto. La “follia”è così la protagonista anche dell’altro libro che vi ho nominato all’inizio: Through the Looking-Glass, and What Alice Found There

Sono passati sei mesi dall’ultima avventura, questa volta Alice cade nello specchio di casa sua e si trova in un mondo al contrario, dove più corre più le cose si allontanano, dova a parlare sono i fiori, le cavallette volano e lei è su una scacchiera. La dovrà attraversare per diventare una regina, insieme alle stranissime regina Bianca e regina Rossa: in questo viaggio incontrerà, tra gli altri, un uovo parlante (Humpty Dumpty), due fratelli gemelli divertenti, Tweedledee e Tweedle- dum, (ovvero Pinco Panco e Panco pinco) e il cavaliere Rosso. All’interno della storia infine compare “the Jabberwocky”, la più famosa poesia nonsense della letteratura mondiale. L’analisi di questo libro è complessissima, esso è infatti pieno di riferimenti alla cultura anglosassone, di giochi di parole, di tranelli linguistici che rendono addirittura la traduzione in altre lingue quasi impossibile, per cui dare un’interpretazione complessiva è rischioso. La conclusione è una poesia dell’autore, che invita Alice a non perdere la sua innocenza di bambina.

Forse è da questo finale e da quello del libro precedente, in cui la sorella si chiede cosa accadrà quando Alice crescerà, che il regista Tim Barton ha preso spunto per narrarci la “sua Alice” nel film Alice in Wonderland del 2010. In questo film la protagonista non sarà più una bambina, sarà cresciuta; per ritrovare se stessa dovrà compiere un secondo viaggio nel “Paese delle meraviglie”. Prima però di parlare di Tim Burton occorrerà parlare del precedente film della Disney, di cui solo in apparenza c’è poco da dire. Mi rendo conto però che questo articolo è durato già abbastanza, è Domenica e vi vorrete rilassare. Vi do dunque appuntamento alla prossima settimana per parlare di Tim Burton, Dalì, Disney e addirittuira di Beatles. Che c’entrano i Beatles? Lo scoprirete. Vi aspetto!!

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