Gundam, la guerra è una sola

Il 6 agosto del 1945 gli americani sganciano il primo ordigno atomico della storia sulla città di Hiroshima, e soli tre giorni dopo sganciano il secondo su Nagasaki. Solo tre giorni ci sono voluti per causare centinaia di migliaia di vittime, fra l’impatto e le conseguenze fisiologiche dovute alle radiazioni. Questo è il prezzo pagato dal Giappone per il suo intervento in una guerra senza senso, basato su ideologie nazionaliste e sul desiderio di prevalere come super potenza. Vi dico questo non per farvi una lezioncina, ma per darvi un’idea di cosa abbia creato una delle opere più significative del sentimento generato dalla guerra nel mondo fumettistico giapponese. Voglio infatti parlarvi di Gundam e del suo molteplice mondo, facendovi capire come mai una storia del genere risulterà sempre attuale.

A molti di voi sembrerà superficiale associare un evento tragico come la seconda guerra mondiale a una cosa frivola come una serie animata. Non potrei che essere più d’accordo, infatti il successo di Gundam è legato molto più al merchandising che allo sfruttamento di tematiche forti, però ricorderò sempre di come, da bambino, rimanevo a bocca aperta guardando scene di guerra così realistiche da far crescere in me il desiderio di studiarla più a fondo, per capire cosa portasse gli uomini a odiarsi così tanto.

Nel 1945 il Giappone comprende cosa sia una “potenza oppressiva”, anche per via dell’occupazione subita in seguito  dagli Stati Uniti e del divieto delle ricerche militari. Non può sviluppare tecnologie per difendersi o espandersi, e per una nazione che basava molto sull’espansione territoriale è un bel dramma. Qui entra in gioco il sentimento di rivalsa e ribellione che è trascinato fino al 1979, quando esce la prima serie animata sui mecha che io amo. Nella storia ci troviamo infatti in una guerra fratricida fra umani, divisi in Principato di Zeon, una colonia con desideri secessionisti, e Federazione Terrestre. Zeon attacca la colonia spaziale Side 7, sito di ricerca della Federazione, provocando la morte degli abitanti, sia civili che militari, senza fare distinzione. Lo scopo di questa rappresaglia è la distruzione del nuovo mezzo da combattimento dei terrestri, ovvero il Gundam. Il Gundam interviene in difesa della colonia e riesce a salvare molti abitanti, facilitandone il trasferimento nella White Base, vascello spaziale da guerra anch’esso in sviluppo su Side 7. Il pilota del Gundam, però, non è un soldato. Si tratta di un ragazzino di quindici anni di nome Amuro Ray, ed è il figlio dell’ingegnere del Gundam. Dopo la battaglia Amuro è costretto a continuare a pilotare il Mobile Suit sotto il comando della White Base, pur non diventando mai un soldato.

Già in questi strascichi di storia osserviamo l’orrore della guerra, l’insensatezza e la noncuranza verso le perdite civili pur di “portare a termine la missione”. Tutto questo ricorda molto quello che è stata la guerra nel Pacifico sia da una parte che dall’altra del fronte. La storia di Amuro finirà con altri lutti e morti, e con la vittoria della Federazione Terrestre, ma altri giovani dopo di lui, in questo universo narrativo, lo seguiranno. Ragazzi come Kamile in “Mobile Suit Zeta Gundam”, che tratta in modo estremamente cruento molti degli aspetti della guerra, e il giovanissimo Judau in “Mobile Suit Gundam ZZ”. Il sacrificio dei giovani ragazzi per il bene della “patria” è un pensiero comune all’interno del pensiero nazionale pre e post guerra, e i Giapponesi ne hanno avuto un grande assaggio. portando questo peso sulle spalle, sono riusciti a trasmettere l’angoscia di vedere giovani ragazzi, non  uomini, partire per il fronte perché nessun’altro può farlo, e sarà un tema ricorrente in ogni serie di Gundam da qui in avanti.

 

Gli orrori della guerra ti assalgono. Il continuo stato di scontro ti opprime. Il combattere persone che nemmeno conosci, che non hanno mai avuto a che fare con te ti angoscia. Ogni sentimento provato in passato, provato tuttora da molti ragazzi costretti a combattere troppo presto, in guerre che non sono loro, viene reso in un modo così realistico da lasciare il segno. E tutto questo nel mezzo di un’opera di finzione nata per vendere merchandising. Fa riflettere non credete? Fa riflettere su quanto profonda possa essere un’esperienza storica anche a distanza di anni, anche su cose che non riguardano direttamente la storia.

Forse la cosa continuerà a sembrarvi frivola, e ammetto di non conoscere abbastanza bene la cultura giapponese da potervi dire “è così”, ma molto spesso una forte paura o un forte disagio vengono rappresentati in opere di finzione, come fumetti, libri, o anche cartoni animati. Spesso è proprio attraverso i mezzi più semplici che i temi di maggiore impatto vengono trattati con più cura. Un bellissimo esempio che mi viene in mente è “Persepolis”, ma anche il più semplice “Adventure Time”. Il mezzo è poca cosa, se il messaggio che porta è così profondo, è sempre degno di attenzione. Un saluto dal vostro Gerald di quartiere.

Gerald

Saluti a tutti, fratelli (e sorelle)! Sono un avido lettore di fumetti, denso lettore di libri, intenso giocatore di giochi, e si fa per intenderci che me ne occuperò perché sì, mi piace molto dare la mia opinione, anche perché al cuor non si comanda e la mia bocca e dita vanno avanti da sole.

Condividi su