“Generazione Perduta”: il grido di una generazione non così lontana

Nell’ultima annata, l’ambiente cinematografico, saturo dei suoi remake, reboot, prequel, sequel et similia, gamme di soggetti ” liberamente” ad altri, ha ormai abituato il giudizio e l’immaginazione dello spettatore ad una collezione di presenze in panchina. Da questo penoso scenario, nasce l’esigenza di trattare “Generazione Perduta”, film fortuitamente rivelatosi d’altro stampo (pur rientrando nella categoria sopra citata).

 

Il suo principale pregio infatti è quello di funzionare su due piani, la visione “Principiante” di chi si approccia alla storia per la prima volta e la visione “Esperta” di chi  è già familiare al bestseller inglese omonimo, basato sulle memorie di Vera Brittain (tipologie ambedue sperimentate dalla presente).      Uno sviluppo narrativo magistrale, ci trasporta nella vita di Vera, giovane fuori dal coro, che sogna di laurearsi ad Oxord per poi sfondare come scrittrice (un vero scandalo per il 1912!). L’estate prima d’intraprendere i suoi progetti, conosce Roland, amico all’accademia militare di suo fratello Edward, con cui condivide gusti e aspirazioni, innamorandosene perdutamente.

  “C’est l’amour…”

 Qui il tono iniziale sembrerebbe improntato solo al rassicurante melò sentimentale, ma il contesto storico avanza con una serie d’indizi (articoli di giornali, rumors, dialoghi) degenerando nello sfociare del primo conflitto mondiale (profeticamente descritto dal padre della protagonista come un’impossibile guerra lampo, riecheggiando la classica lezione da liceo di tutti noi). Le vicende destinate alla tragedia, vedono la ragazza, non più studentessa ma infermiera, subire ad intervalli regolari, il lutto di quasi tutti i suoi cari (no more spoiler, pace!).

La mia composta reazione dinnanzi l’inevitabile.

Una storia di formazione, ma soprattutto di perdita, costante e beffarda, tradotta infine in parole, dalla protagonista matura e realizzata, desiderosa di mostrare le cicatrici spirituali quanto tangibili della sua generazione. Spirito raccolto in pieno dall’esordiente regista James Kent (approdato dal mondo televisivo del drama ” The White Queen”), riuscito nella sfida considerevole di condensare in 2 ore 600 e passa pagine di manoscritto. Prodotto dalla BBC, vanta una fotografia ricercata, cristallina, colma di luce, dalle tipiche inquadrature dall’alto su prati e fra le fronde. Per lo stesso motivo la ricostruzione scenica sfiora il maniacale, con l’abbondante presenza floreale, in particolare delle giunchiglie alla scrivania (rimando all’universo letterario romantico di Keats,Coleridge, Byron, Shelley cui si nutre l’eroina) e di cui è infarcito anche il suo lascito cartaceo.

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I personaggi che vi si muovono possiedono pari cura nella caratterizzazione psicologica, riscontrabile sia nei protagonisti che nelle figure secondarie. Ottima la prova della Vikander-Vera, diva del momento non estranea al genere(“A Royal Affair”,“Anna Karenina”), versatile, empatica e surreale per la forza espressiva; regge sorprendentemente bene il confronto Kit Harrington (Roland), meno monolitico del solito e che sfrutta con parsimonia ed astuzia la “faccia alla Jon Snow“. Meritano una piccola parentesi il carisma e l’avvenenza di Taron Egerton (Edward), una dolce rivelazione.

Il TRONO DI CASHMIRE è mio, polaretto bianco incolto!

La musica (suonata anche dal mio fresco modello maschile) per chiudere, è delicata ma d’effetto, rifacendosi ad una tradizione tendente al “teatrale”. Difficile nel complesso trovare un difetto a questo gioiellino, forse il richiedere sufficiente forza d’animo per elaborarne le stratificate implicazioni emotive, una volta calato il sipario.

Rossella DOMANI sarà pure un ALTRO GIORNO, ma io non ci arrivo!

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Miriam

Vittima da sempre di una strana forma d’indecisione cronica, preferisco rifugiarmi nella mia variante al paese delle meraviglie, un set minuzioso, cangiante di film e serie tv: dalle atmosfere pop-fiabesche di Anderson a quelle morbose-ossessive di Park Chan-wook, dalle ballate celtiche di Outlander ai tiri di coca di Shameless; poichè ogni storia è un biglietto, impreziosito dal tempo e facilmente convertibile per chi genuinamente interessato!