Fuga da Reuma Park – l’ingloriosa recensione

“Mi manca la memoria”, dice un Aldo acciaccato poco prima del finale. Un finale che naviga su un’alba da Grande Bellezza e frange l’ignoto rovistando nel baule del passato. Traghetta verso i titoli di coda, infiocchettati con qualche spezzone del trio, momenti di gloria a suggello di un’accozzaglia osteoporotica. Fuga da Reuma Park è l’epitaffio inclemente e involontario al termine di un divertimento da qualche Natale zoppicante, dove gli unici reumatismi sono quelli della comicità.

Di Reuma Park, per fortuna, ne esiste solo uno. A Milano, per la precisione, ricavato da un parco giochi desolato. È qui che una venale progenie (Ficarra & Picone) deposita il padre (Aldo) alla energica mercé dell’ospizio ottovolante. Il caso – o gli sceneggiatori, a riprova dell’inventiva inerte – vuole che nello stesso luogo alloggino anche Giovanni e Giacomo, uno ancora dedito a scherzi da teatro delle pulci e l’altro che pratica un ascetismo astioso e bombarolo. Nulla di nuovo, se non l’età. Dopo gag e situazioni, sfuggendo alla carceriera sovietica Ludmilla (Silvana Fallisi), pianificano l’evasione.

La vera fuga, però, dovrebbe essere quella dalla sala – se un istinto più venale di quello sopracitato non ammanettasse alla poltrona. Il prolifico e calorosamente accolto triumvirato comico allestisce un’Alcatraz surreale in cui si ricoverano le macchiette ridanciane di una carriera. L’umorismo in genere fluido si accartoccia stentato, sgambettato dalla fragilità effimera di una trama ancora più cagionevole rispetto alla consuetudine. È il film stesso a soffrire di senili malanni, sintomo già ignorato qualche film addietro e tenacemente occultato dagli incassi.

Quel sentore pirandelliano che si barcamenava tra consapevolezza e riflessività (insinuando che i tre fossero loro stessi nelle peripezie) evapora. Non più alla chetichella ma dichiaratamente ne prende il posto la certezza di un meta-qualcosa tangibile e, proprio per questo, scarico della natura interdimensionale appartenente a un pregio ammuffito. La stessa muffa che ricopre il procedimento nobilitante chapliniano per cui l’azione sgorga dalle battute, dalle gag, qui autoconclusive. Dello stesso ordine gli intermezzi giustificati ripescati dal repertorio teatrale. Da Pdor alla gara di echi, il Reuma Park è Aldo, Giovanni e Giacomo vent’anni nel futuro, ignorati dagli ultraottantenni che si godono le sane risate di una volta. Chi non ne gode, e non ne giova, è il film. In quanto tappabuchi che promuovono le uniche risate genuine, svalutano per paragone il resto di un prodotto artificioso e rauco.

Fuga da Reuma Park assume i contorni di un pallone da basket che danza goffo sul ferro del canestro: non fa punto né permette al gioco di proseguire. Così il film, che non imbastisce un ricamo narrativo rocambolesco ma in fondo lineare (come Tre uomini e una gamba, citato di sfuggita), né annuncia esplicitamente una comicità a blocchi come Il cosmo sul comò, o Anplagghed. La prigione d’oro dei tre nonnetti prefigura sarcasticamente l’unica soluzione plausibile per il gruppo da cabaret.

Nonostante il successo in cinema e palcoscenici la casa di riposo è il traguardo indesiderato, quasi con previsione autobiografica. A, G & G sono stati capaci di risollevarsi dopo depressioni, più di critica che di pubblico, ma stavolta sembra un reale presagio anziché lo spunto per una storia. Certo, non auguro un “41 bis” da terza età a nessuno. Ma, come riferisce Giovanni, dopo l’infermeria c’è il cimitero. Qui siamo già un passo oltre la cura.

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