In fuga dai Tempi Moderni

finale

Shhh. Fate silenzio. È vietato parlare. Le bocche non possono proferire una sillaba che significhi, le orecchie sono state interdette dalla ricezione delle parole. Tacete ma ascoltate, udite i frastuoni della metropoli nevrotica che impila rumori su rumori. Aprite gli occhi e scaldate i muscoli, poiché tutto ciò che importa è il movimento, l’azione fordiana e industriale che permea il mondo e scandisce le ore, carburante di questi monotoni e fragorosi Tempi moderni.

È il 1936 quando il film di Charlie Chaplin, ormai divo, si offre ai cartelloni dei cinema di tutto il mondo. Sul limitare della Grande Depressione che indietreggia con tumultuosa ritirata il beneamato Charlot attende lo spettatore al varco di una catena di montaggio delineata più come un macello che come un’industria. Nella mattanza oppressiva dei proletari il clochard lavora indefesso e salariato, sostituendo giacca e bombetta con una coppia di chiavi inglesi. Tempo e rumore si scandiscono reciprocamente, come se rimpiazzassero il pendolo col clangore dei martelli e l’ellittica solare con le sirene di inizio e fine turno – con un magnanimo intervallo per ingollare un panino.

Dappertutto risuonano sfiati, i denti ringhiano, le leve stridono, ma di dialogo non c’è indizio. L’uomo lavora e basta incalzato dalle mastodontiche apparecchiature, ma anche spronato dal megadirettore, come direbbe il fantozziano Paolo Villaggio, che appare afono sui megaschermi precursori della totalizzazione distopica di George Orwell. (In 1984, almeno, gli impiegati avevano turni leciti e riposi stabiliti, pur restando nella morsa del regime inappellabile).

Le voci, quando si sentono, sono infatti registrate o sintetiche, mediate dalla moderna tecnologia. Il nostro senzatetto remunerato si trova immerso in un fragore paradossale che insonorizza l’atmosfera e impedisce il confronto tra i manovali, i quali, privati della parola, utilizzano un linguaggio più manesco per farsi comprendere. L’industria oramai combacia con quella allucinogena di Metropolis, quasi divinizzata, un altare non al sudore dignitoso ma allo sfruttamento del tempo e della persona noncurante della salute dell’individuo.

Il tempo infuria, anche se più in uniforme da caporeparto che come principio assoluto, e fustiga dantescamente “qualunque s’adagia” in combutta con l’incessante rumore. La schiavitù volontaria a cui si sottomette la massa di operai nega ogni conclusione all’infuori dello stramazzare esausti. L’esito più probabile dopo il salasso è la sterile nevrosi che rende l’uomo addirittura incapace di apprezzare una bella donna, ma abbastanza pazzo da inseguirla cupidamente solo per imbullonarle, tra le righe, natiche e capezzoli. La fabbrica fagocita la libertà rendendola pressoché un reato, e probabilmente è questa la ragione che fa preferire al protagonista il carcere anziché una vita onesta: dietro le sbarre è perlomeno possibile pranzare senza fretta, senza gli spintoni del tempo torvo.

Metropolis

Annaspando, come suo solito, in questi Tempi moderni Chaplin affronta ogni argomento ed episodio con il sorriso sincero e imbevuto d’amaro che caratterizza il suo operato fin da trent’anni prima. L’umorismo cosparge quasi ogni inquadratura del film, dai sogni alla gattabuia, inquadratura che retrocede a semplice cornice di un quadro realista e piuttosto malinconico. L’incontro con una giovane orfana, però, l’ottimismo immancabile per cui le situazioni avverse crollano (anche con un po’ di fortunosa casualità) e l’instancabile verve che alimenta la voglia di ritentare ancora una volta e poi un’altra non sono abbastanza per sovvertire la società frenetica e impettita che affama i più affamati e arricchisce i più ricchi.

La voce del protagonista, infine, esce dalla sua ugola. Riceve gli applausi e il gradimento del pubblico di un cafè ma non articola nessuna lingua conosciuta, forse nemmeno l’ibrido esperanto. Sono fonemi arbitrari che si modellano sulle movenze buffe e allusive di Charlot – adesso riconoscibile ed elegantemente trasandato – che irride alla società e fugge via.

L’unica soluzione per scampare alle tenaglie della legge coercitiva è scappare, andarsene con una laica risata per cercare, alla fine del deserto urbano, un’oasi di pace e libertà. Proprio un sorriso incoraggiato da charlot suggella la morale con cui molte volte ci si imbatte in Chaplin tra frasi e citazioni disparate. Perché prima o poi i posti nuovi terminano e il problema sarà l’incolpevole uomo schizzinoso e non l’invivibilità del mondo, non la società inospitale ma il cittadino che mal si acclimata. Gira e rigira siamo tornati qui, ad affrontare il problema dell’oggi e delle nostre caotiche città verticali.

Grazie a un film di decenni addietro, muto anche se dotato di lingua, scopriamo che poco è cambiato; abbiamo fatto il giro del mondo in ottant’anni, e cento anni pieni non saranno abbastanza per osservare un cambiamento percepibile tra la vecchia vita e questa poco nuova, tra libertà e ingiustizia, fame e sazietà.

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