Fight Club di Chuck Palahniuk

 

Fight Club

Avendo infranto una delle sue regole ho pensato : “Fatto 30 posso anche fare 31” quindi oggi recensisco “Fight Club”, romanzo del 1996 scritto da Chuck Palahniuk, edito da Mondadori e famoso per l’adattamento cinematografico del 1999 diretto da Fincher; racconto un piccolo fatto che forse non tutti sanno: il libro è stato creato  ampliando un vecchio racconto di Palahniuk, il sesto capitolo era la “vecchia parte”, lo scrittore ha  creato la storia al fine di provocare l’editore che gli aveva rifiutato il suo primo romanzo intitolato “Invisible monsters”.

Il romanzo tratta la storia di un impiegato di cui non sapremo il nome, al fine d’identificarci meglio con il protagonista, che vive grazie ad un buon lavoro in un appartamento modesto, ma con il problema dell’insonnia. Dopo numerose visite infruttuose da vari medici  per una serie di coincidenze si ritroverà a partecipare ad una seduta di un gruppo di sostegno per persone con  cancro testicolare, al fine di vedere persone che soffrono veramente, l’unico luogo che riuscirà a dargli sollievo e in cui potrà sfogare la sua ansia di vivere in modo da riuscire a dormire poiché accettato indipendentemente da tutto. La situazione cambia quando incontra Marla Singer, una donna depressa che cerca costantemente di suicidarsi senza mai riuscirci e che grazie a queste riunioni di persone con malattie terminali riesce, anche lei, a trovare sollievo dalla sua depressione. Ma la presenza della donna destabilizza l’equilibrio precario del nostro protagonista.

Sapone Fight Club, un pugno contro lo sporco.

Successivamente avviene un secondo strano incontro con  Tyler Durden, un uomo dalla personalità magnetica e dai mille lavori  su cui bisogna spendere due parole, ricordando come sempre il metodo di scrittura di Palahniuk che estremizza per avvicinare; Tyler è il simbolo del sentimento di rivolta nei confronti della società, lui si ribella agli ideali consumisti  e cerca di ribaltare l’idea che abbiamo della figura maschile, non solo del canone di bellezza, che identifica questa immagine di uomo con determinate caratteristiche, ma anche del ruolo stesso che ha nella società, andando quindi a scontrarsi con l’immagine dell’uomo moderno. Si può usare un solo termine per descrivere questo personaggio: autodistruzione, ma come fine quello di distruggere per ripartire da zero, da questa semplice concetto Tyler e l’impiegato senza nome, dopo il loro incontro fortuito, fondano il primo Fight Club, luogo di ritrovo per tutti gli uomini accomunati dal desiderio di sfogarsi, di rendersi liberi attraverso l’atto del combattimento, della sfida con se stessi e con qualcun altro, distruggendosi per rinascere.

DAVID MACK / DARK HORSE COMICS

Da questo semplice concetto e con delle regole sintetiche , ormai diventate famose, i due creeranno un movimento unico di scala nazionale che rappresenterà l’uomo della classe media stanco di ciò che ogni giorno gli viene imposto e che vuole distruggere la società dalle fondamenta per riportare tutto ad un livello primordiale; lo scrittore cerca di spingerci ad analizzare i nostri bisogni, le necessità che condizionano la nostra visione della vita, credo che basti questa frase per avere un’idea di ciò che le persone si troveranno davanti nella lettura :“ Tu non sei i soldi che hai in banca. Non sei il tuo lavoro. Non sei la tua famiglia e non sei quello che dici di essere a te stesso. Tu non sei il tuo nome”.

Il libro è geniale ed aiuta ad avvicinarci una visione del mondo diversa, con il suo stile nudo e crudo Palahaniuk ci porta ad evidenziare i punti deboli del nostro tempo in cui si praticano sport per mantenere un ideale di bellezza, si ricorrono a trattamenti per modificare ciò che siamo o come ci vediamo, sconvolgiamo noi stessi e le menti delle persone facendole sentire inadatte e a disagio per ciò che sono o che non sono riuscite a diventare, non portando mai nessuno a realizzarsi, ma sempre a porsi un obbiettivo più inutile ed effimero. Una critica non troppo velata alla società moderna e alla sua struttura interna che sostiene l’apparato di apparenze a cui siamo legati in modo indissolubile, criticando il consumismo e tutti i pensieri che portano o che sono parte della sua logica.

“ Noi siamo i figli di mezzo della storia,cresciuti dalla televisione a credere che un giorno saremo milionari e divi del cinema e rockstar,ma non andrà così. E stiamo or ora incominciando a capire questo fatto.”.

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