Che fine ha fatto Naruto?

In questi giorni grande tumulto ha suscitato la fine di uno dei più conosciuti e controversi manga/anime giapponesi del nostro tempo. Le avventure del giovane ninja Naruto Uzumaki, iniziate nel 1999 per mano di Masashi Kishimoto, sono giunte dunque al termine (o quasi).

Il sogno chiamato Hokage

La prima parte di Naruto è e resterà una delle più grandi novità che il panorama nipponico ha mai potuto offrire in materia di manga, superato da altre titoli solo in un secondo momento. Ai lettori di allora sicuramente colpivano le vicende del giovane ragazzino disadattato e ripudiato dalla società, incapace di integrarsi con chicchessia eppure sempre alla ricerca di attenzione. Naruto inizia come una storia in una storia: il bisogno di riscatto di un giovane abbandonato per colpe non sue e il suo sogno di diventare una delle figure più importanti e rispettate del suo villaggio. Ma Naruto non è solo il palcoscenico del protagonista e del suo demone interiore (ed esteriore), è anche una trafila di giovani coetanei ognuno dotato di un profilo psicologico preciso, apparentemente superficiale, e tuttavia innestato in una varietà di fondo chiamata Villaggio della Foglia.
Il piacere che si ha nel leggere la prima parte di Naruto la si trova nel modo con cui il protagonista si rapporta a coloro che crede più felici di lui (perché hanno una famiglia, perché hanno altri amici, perché non hanno una bestia maligna sigillata nel corpo), per scoprire come ognuno dei suoi coetanei porta con sé un diverso tipo di solitudine, un diverso e controverso rapporto sia con se stessi che con gli altri. Da qui si rafforza in Naruto il desiderio di farsi valere e ben volere da tutti gli altri, perché egli da Hokage potrà sanare tutte le problematiche che vivono le persone che impara a conoscere (indicativa è la promessa che fa a Neji Hyuga).

Il declino nello Shipuuden

Non era complesso mantenere l’impostazione iniziale del manga, quanto si riconosce invece la difficoltà narrativa di intessere trame capaci non solo di sviluppare maggiormente quanto ruota attorno a Naruto, ma che non perdano di vista la trama principale del mondo ninja violento e oscuro. La soluzione a cui Kishimoto pare giungere verso la prima metà dello Shippuden diventa tuttavia declino della storia stessa. Nel momento in cui il mondo di Naruto abbandona il concetto di “ninja come strumenti di morte e pedine sacrificabili” a favore del “l’amicizia ci salverà tutti”, diventa notevole il distacco che rende Naruto e Naruto Shippuden due manga con temi completamente diversi.
Lo Shippuden prende solo inizialmente le tematiche lasciate in sospeso dal balzo temporale sul finire della prima serie e gioca da un lato con la morte di alcuni personaggi cardine (Jiraya tra tutti) quanto sulle vicende Naruto/Sasuke. Tuttavia, neanche tanto improvvisamente, il rapporto Naruto/Sasuke, basato sulla regola che alla fine l’amicizia tra loro prevarrà sul desiderio di vendetta dell’Uchiha, come un virus infetta ogni singolo personaggio della storia. Laddove un tale concetto non è estraneo a un manga per ragazzi, seppur lo si possa tranquillamente accettare nei rapporti tra il protagonista e coloro che gli sono compagni, si nota che anche i nemici divengono lentamente delle copie di Naruto. Si appiattisce il lato psicologico dei singoli a favore di una generalizzazione di massa dei contenuti della storia, confluendo in una gigantesca, vistosa, inarrestabile e terminale forma di Sindrome di Vegeta. Ma almeno Vegeta ha aspettato fino alle fine di Dragon Ball per definirsi completamente buono. Obito/Tobi ci ha messo qualche capitolo sparso e una mezza chiacchierata.

Il finale che non è una fine

A conclusione di tutto non ci rimane che il finale, un finale che volenti o nolenti abbraccia tutta l’opera e che, quindi, può piacere o non piacere. Punto. Se siamo nostalgici degli esordi della storia, riterremo che il finale faccia davvero schifo e che Kishimoto sia il Mazzarri dei manga. Ma se invece non siamo così nostalgici e abbiamo occhio critico, potremmo ammettere che il finale di Naruto sia il peggiore “del manga” (non dei manga in generale) ma che sia il migliore per l’autore (non dei mangaka in generale). Semplicemente, Kishimoto può aver deturpato il suo manga, può averlo snaturato, può averlo affrettato o allungato a dismisura, ma come anche altri ha cavalcato l’onda del successo finché ha potuto e ne è sceso piedi ben saldi a terra: accontenta i fan più sfegatati, da il contentino ai fan nostalgici e regala una promessa di una mini serializzazione sulle nuove generazioni. Gioia e tripudio da ambo le parti!

Perché, citando una scena dei Simpson, “siamo noi che paghiamo l’università ai suoi figli”.

Mitja Bichon

Nato a Pontedera il 24/08/95, attualmente vivo a Firenze. Sono il fondatore e direttore di verynerdpeople.it. Sono un grande appassionato di libri e film, tendendo ai generi horror, fantascienza e fantasy. Sono inoltre un appassionato di videogiochi openworld.

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