Downton Abbey: museo di cambiamento, intrighi e Storia

Downton Abbey

Parlare bene di un prodotto per la televisione non mi si addice. Con austerità inadeguata deploro il piccolo schermo, quell’insulso quadrangolo un tempo catodico e ora più fluido della salsa rosa. Eppure mi sono ricreduto, nel corso degli anni. Io, inguaribile romantico del Dolby e del pathos cinematografico. Io ho infine barattato il mio orgoglio cinefilo per un compromesso assai più onesto. Un film detiene ancora lo scettro dell’arte – questo tipo di arte –, ma deve tenere a bada le insidie della corte di milioni di televisori. Cospira, ingaggia mercenari passati al soldo del nemico, ultimo Paolo Sorrentino e The Young Pope. Un sacrilegio presentarlo a Venezia, forse, ma, come sanno i protagonisti di Downton Abbey, il cambiamento è inarrestabile e viaggia veloce come il tempo.

Ecco perché Downton Abbey. Dopo la mia conversione parziale mi sono, sempre parzialmente, ricreduto. La televisione potrà non avere – e di fatto non possiede – la dignità del cinema. Un po’ rozza, leccapiedi, gli lustra le scarpe, mentre però con una mano gli sfila il portafogli. Storia vecchia che risale agli Anni Settanta, ma che ultimamente trova legittimazione in non pochi prodotti (e uso il termine con un accenno di sollievo). Downton Abbey è una perfetta sintesi tra cinematografia e serializzazione da salotto – o, se preferite, da pantofole e Netflix.

Scritta da Julian Fellows, è andata in onda dal 2010 al 2016, fiore all’occhiello della TV inglese assieme a Doctor Who. Non perdo tempo a elencare i premi ricevuti, non sono lo showrunner adatto. Ma imiterei Muzio Scevola pur di convincere qualcuno, ancora retrivo come lo era il sottoscritto, che vale la pena abbassare il naso e odorare un superbo odore di aristocrazia, benzene primordiale e immancabili sotterfugi scandalosi.

È il 1912 quando il Titanic naufraga, e con esso l’ultimo erede della casata dei Crawley, la schiatta possidente di Downton, nello Yorkshire. La trama si concluderà tredici anni dopo, attraversando crisi personali, quattro anni di guerra, disastri amorosi e amori disastrosi. L’elemento sentimentale, senza vantare troppa perspicacia, egemonizza il palcoscenico di Casa Crawley e dintorni, forse con sbavature melense ma senza mai divenire pacchiano.

In tredici anni i fasti scemano, la modernità assedia la tradizione secolare di un mondo impaurito dal Secolo XXI. Le vicende intrecciano i piani superiori del velluto e degli ornamenti con quelli inferiori della servitù, invischiati nelle gelosie tronfie che non fanno distinzioni di ceto. Due mondi a confronto, come emblematicamente ricorda il titolo in testa a ogni episodio, l’alto e il basso, il nobile e lo sciatto. Due mondi che non potrebbero esistere in mancanza della relativa controparte.

La ricercatezza di una ricostruzione storica fedele governa la scena, spesso ariosa e composita. Talvolta nascosti e in altre occasioni apertamente mostrati gli inservienti brulicano per gli atri e i corridoi di un maniero desueto già negli Anni Venti. Ascoltano, memorizzano, custodiscono più o meno volontariamente i bisbiglii della nobiltà tutt’altro che antipatica. Convivono come in mondi paralleli, reverenziali e rispettosi fino all’ossequio.

Nessuno, in verità, accumula antipatia fino a pregiudicare un perdono, tanto i padroni che i domestici. Morali dubbie e integerrimi valori aleggiano egualmente, pur legati a un’epoca che non attende altro che il proprio tramonto. Downton Abbey è una ricostruzione storica del crepuscolo decadente, un commiato graduale da una società elegante quanto monarchica. Non vi basta? Ingordi. Se non vi basta, allora, vi do un altro motivo per dare una chance al dramma sulla nobiltà inglese tutta etichetta e sfarzo. Anzi, un nome: Maggie Smith, superba dama reazionaria, un concentrato irresistibile di tradizione e oratoria tanto tagliente quanto british.

E, tornando all’arringa su cinema e TV, Downton Abbey trova una propria forma artistica – e non temo nell’ardire così tanto – proprio nella sua natura frammentaria, dilungata. Certamente non può solo fregiarsi di costruzione dell’inquadratura e profondità di campo, di grandi sequenze costruite come un dipinto in movimento. Offre una qualità elevata nella misura in cui, stilisticamente, è penalizzata da velleità microscopiche ma dozzinali. Sei stagioni su un medesimo e sublime tragitto visivo, emozionale e storico è davvero un’utopia.

È proprio la sua forma televisiva, infine, a impregnarla di epicità. Tredici anni sono tanti, e pochi registi sono riusciti a comprimere il tempo senza scompaginare l’andamento empatico-artistico delle proprie opere – Sergio Leone, per dirne uno, o il più recente e “sperimentale” Linklater. In tredici anni si incuba il perdono, la comprensione; la narrazione si appropria di eventi immani, come la guerra, e il procedere generale non può che giovarne. Downton, magione della dinastia e memorandum del sistema nobiliare, col passare del tempo rassomiglia sempre più a un museo, vestigia delle cerimonie che furono e dello sfarzo di rango. Una reliquia, sì, ma a cui siamo affezionati, rinnovata continuamente. Fino alla conclusione di un’epoca, allo scoccare del secondo quarto di secolo. Quando gli spigoli si ingentiliscono, il senso di conclusione smorza gli screzi, il tempo inclemente cancella una cultura per non attardarsi all’appuntamento col progresso, storico quanto evocato.

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