Donne nel cinema, donne al cinema, Cinema e Donne

Bechdel Rule

Che bello, il progresso. Evoluzioni scientifiche, economiche, politiche, sociali – sorvolando su come il nuovo Presidente USA sia un generatore di passatismo. E il cinema non fa eccezione, si modernizza anno dopo anno. Ha già accantonato la pellicola, superato la sua qualità, creato mondi inesistenti con chiavi cromatiche e reso nitido quello reale con l’HDR. Allora, è il ragionamento naturale, anche la parità di genere viaggia verso l’equità. È questo il pensiero di base. Bene: pensate di nuovo.

Gli Anni Dieci sanguinavano già quando nasceva il divismo, principalmente al femminile. Anni in cui il suffragismo lottava con esiti magri e le donne per la prima volta supplivano alla strage di uomini in trincea. L’America partorì le flappers e, nei primi Anni Trenta, con più miagolii che ruggiti, le donne al cinema erano predominanti. Qualche film, giusto per un quinquennio, dedicato al pubblico femminile, prima di vedersi usurpato il protagonismo da frotte di attoroni ancora oggi venerati – Cary Grant, John Wayne, Clark Gable.

Non esattamente, però, dalle stelle alle stalle. Le dive conservavano il proprio status e hanno continuato a farlo; è il loro peso all’interno dei film che si è fossilizzato su cifre esigue, numeri sconfortanti, funzioni erotiche prettamente maschili. Già nel ’75, e tuttavia in ritardo, Laura Mulvey ammoniva sullo svilimento sistematico della donna come fulcro della scena, ma succube allo sguardo dell’uomo. Una forma di voyeurismo storpiata che imperniava sulla donna la scena, sì, ma rivolgendosi a un pubblico di soli uomini capaci di immedesimarsi nel personaggio protagonista e fruire della visione della diva.

Da questa fascia temporale (che annovera attrici come Katherine Hepburn, Ingrid Bergman, Joan Crawford) il ruolo della donna nei film ha mantenuto la propria importanza sempre subalterna all’uomo, essenziale ma emarginata. Se allora soltanto il 30% aveva ruoli con battute, oggi la percentuale è bloccata sugli stessi numeri, invariata dove non diminuita. Lo stesso dicasi per sceneggiatrici, produttrici e, più vituperate, registe.

In tutto il mondo pare che nessuno abbia rilevato tale situazione. Tutti storditi dall’ipnosi inconscia di pregiudizi a favore del sesso immeritatamente egemone, a prescindere dalle professioni di uguaglianza nei diritti. E anche lassù, nel Valhalla della parità di genere, i campioni svedesi zoppicano appena meno dell’industria internazionale. Ma, tuttavia, c’è almeno l’incentivazione al raggiungimento dell’equanimità di genere, nel cinema quanto nei messaggi pubblicitari. O addirittura in quella musicale, dove si sono effettuate audizioni “al buio” per debellare i rischi di maschilismo all’interno dell’Orchestra Sinfonica della Radio Svedese.

Per questi motivi è nato, ovviamente in Svezia, il Bechdel-Wallace Test. Scaturito da una striscia in pieni anni ’80, è solo dal nuovo secolo che ne si è mutuato il contenuto, riassumibile in tre regole che misurano la qualità di un film. 1) Nel film ci sono due donne con nome proprio; 2) parlano fra di loro; 3) non parlano di uomini. (Lo stesso trinomio è applicabile alle minoranze etniche, anch’esse fortemente discriminate e stereotipate, con un Test denominato di “Chavez Perez”).

Il test funge da marchio di garanzia, un fideiussore dell’uguaglianza di genere attribuito ai film che lo superano. Una specie di DOC cinematografico di cui una scarsa fetta di lungometraggi è meritevole. Sorprende, fra l’altro, dover riconoscere la fallacia di alcune pietre miliari del cinema, come Toy Story o Il Gladiatore – il cui alibi, comunque, è quello di un’ambientazione a dominio maschile storicamente comprovato. Tra i registi, invece, quasi la metà di quelli diretti da soli uomini merita la coccarda “Approved”, mentre fanno en plein quelli al cui timone ci sono soltanto donne. Quentin Tarantino, e la cosa non stupisce, supera il test con l’87% dei suoi film, Tim Burton con il 73%, Christopher Nolan con il 23%.

Il blasone paritario è insignito, dopo il successo in patria, a film di varie nazionalità. Tra queste figurano anche America, Regno Unito, Turchia, Cina, Brasile e, inaspettatamente, Italia. L’avverbio è dovuto perché almeno chi scrive non ha mai osservato, nei titoli di testa di film nazionali, il timbro egualitario. E la condizione femminile, anche dietro la macchina da presa, langue. Quasi la metà degli iscritti al Centro Sperimentale è rappresentata da donne, ma solo 7 su 100 sono le registe in attività. Le difficoltà si materializzano con i finanziamenti non concessi, la sfiducia verso persone considerate inadatte secondo un pensiero aprioristico antidiluviano. Nonostante, dati alla mano, i film meritevoli del bollino abbiano un incasso eccezionalmente più elevato di quelli respinti.

È una situazione da risolvere, situazione ancora incerottata alla bell’e meglio da pochi nomi che ancora suonano come autoriali ma irrisoriamente autorevoli. Ma c’è chi, su suolo italico, dà lustro a nomi che di maschile hanno ben poco – anzi, si dedica unicamente a loro. È attivo nel capoluogo toscano, da ben 38 anni, il Festival Internazionale di Cinema e Donne, nell’ambito dei 50 Giorni di Cinema Internazionale a Firenze. Da quasi quarant’anni propaga opere al femminile, sponsorizza attenzione verso un tipo di cinema meno dogmaticamente maschio e più apertamente donna. Quest’anno, conclusasi l’edizione mercoledì scorso, il cinema olandese ha goduto di grande attenzione, e la politica svedese di “femminismo cinematografico” ha cominciato a espandersi anche in luoghi più suscettibili di meri uffici contabili impregnati di sedicente testosterone.

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