Disinnescare il pregiudizio nella Terra delle Mine

Land of mine

Si può coltivare sulla spiaggia? Certo: scavate per circa 30 cm, interrate le vostre mine anticarro e al primo sbarco mieterete morte. Questo hanno seminato i tedeschi, negli anni Quaranta, sulle coste occidentali della Danimarca, e così è rimasto quando se ne sono andati. La zappa gli è esplosa sui piedi quando i figli degli stessi tedeschi sono stati trattenuti per estirpare la gramigna mortifera che proliferava sotto la sabbia. Land of mine osserva, senza distanza di sicurezza, un manipolo di ragazzi improvvisatisi sminatori perché prigionieri di guerra. Con il fraintendimento inaccettabile, scaturito da un lustro di battaglie, che ogni tedesco sia anche nazista.

Land of mine (Martin Zandvliet, 2015), è un film che non adotta compromessi. Nonostante la coproduzione danese-tedesca, affronta la storia della Penisola bypassando quel residuo di difesa patriottica che molti film di guerra amano ostentare. Un solo personaggio, infatti, il sergente Carl Rasmussen (Roland Møller), concede uno spiraglio di umanità a dei corpi ancora immaturi rivestiti di grigie uniformi. Il suo affetto crescente si manifesta mediante un’inclusione sempre maggiore nelle inquadrature dominate dai ragazzi. Comprensione, comunque, che si cela nell’ombra di un comportamento degno di Full Metal Jacket: cinque anni di guerra, bisogna ammettere, non svaniscono nel perdono.

Un capolavoro come Salvate il soldato Ryan ha un distacco incolmabile, però, e anche il garbuglio psicologico di The hurt locker deflagra con svariati megatoni in più. La differenza, necessaria ma inefficace, è radicata nello svolgimento scarsamente consequenziale degli eventi – e, anche, nella carenza degli stessi. Il blocco centrale delle operazioni di sminamento è, dove non prevedibile, scolastico, quasi una collezione opaca arraffata dalla blasonata stirpe del film bellico.

La figura di Rasmussen è particolarmente importante non soltanto agli scopi della flebile trama. Il sergente d’acciaio non si dimostra inflessibile perché il suo plotone è composto da ragazzi tedeschi, ma anzi è comprensivo proprio perché sono ragazzi, imberbi adolescenti obbligati in prima linea dall’ideologia di un fucile puntato. Quel nazionalismo che tanto gli preme, dunque, che lo porta a tumefare un tedesco che imbracciava la bandiera danese, svanisce, alienandosi dal qualunquismo collettivo per cui ogni biondo-occhi azzurri venera il Führer. La “terra delle mine” non è solo una spiaggia e una possibile ecatombe; è anche “la mia terra”, il luogo d’appartenenza orgogliosa che innesca la frustrazione perché non si sa contro chi scagliare la propria collera in un mondo in cui la religione non è più una salvezza.

La fotografia che guarnisce gli eventi è immune da ogni biasimo. Cesellata al meglio ma sfruttata male, è la fotografia cupa e malinconica della Seconda Guerra Mondiale, satura di polvere da sparo e delirio traumatico. I colori sbiaditi della spiaggia e del mare ne completano l’effetto, e nel silenzio assordante della paura sconfitta le esplosioni rimbombano, purtroppo, prevedibili anche dove ciò è premeditato.

Land of mine si conclude come una storia di terra condivisa e maledetta, terra vissuta come casa o carcere, fossa comune o sepoltura nota. Sorvolando le insignificanti critiche che si possono muovere ai modi di realizzazione formali e narrativi, il film sveste i panni del becero campanilismo per consolare le gracili mani nascoste sotto uniformi troppo larghe. È sempre la terra, il casus belli, Terra che se fosse tale, con la “T” maiuscola, sarebbe di tutti e non di qualcuno. E le mine sarebbero solo di matita.

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