Demolition, distruggere per ricostruire

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Distruggere per arricchirsi. Sarebbe potuto essere il motto di Alfred Nobel l’indomani dell’ideazione della dinamite. Intere gallerie sventrate per setacciare la roccia in cerca di pagliuzze, schegge diamantifere o altro. Oggi come oggi, invece, equivarrebbe a Demolition, ultima opera di Jean-Marc Vallée che, dopo l’HIV (Dallas Buyers Club) e la redenzione (Wild), si dedica ossessivamente al lutto, o, per meglio dire, all’inspiegabile mancanza di esso.

Dopo la consacrazione di McConaughey e l’exploit della Witherspoon tocca a Jake Gyllenhaal, che oblitera un invito per l’olimpo divistico del cinema. In cui “divo”, per radice onnipotente, non consiste soltanto nell’esibizione di fascino a quintali, ma indica anche una notevole competenza recitativa. Necessaria per portare sullo schermo Davis Mitchell, il finanziere un po’ arrivista e un po’ innamorato il cui matrimonio consta d’amore con la moglie e di subordinazione lavorativa con il suocero.

Il fragile e – di proposito – stereotipato equilibrio della famiglia medio-alta americana si fracassa nel trauma di un incidente a pochi minuti dall’inizio. È un incipit che detona fragoroso e secerne postumi per tutta la durata del film. Davis Mitchell è inamovibile anche di fronte alla burrasca di sentimenti che si dovrebbero agitare in lui, smuoverlo e commuoverlo. La procrastinazione del momento di consapevolezza lo trasforma in un proletario svitato che frantuma, martella e, spericolato, rischia.

Inizia come sfogo incomprensibile, finisce come inchiesta purificante. La sua vita sdrucciola dall’ordine al disordine, annodando rinfusa un ordito di allucinazioni, temporalità accavallate e sprazzi di magnifica sincerità occultata. Ogni oggetto è in deficienza di qualcosa, o lo infastidisce: il cigolio delle porte, per esempio, omologo a un ronzio interiore che localizza in lui stesso un difetto, un ingranaggio cariato o una vite consunta. E poi l’orologio a pendolo, simbolo infrangibile dell’immutabilità del tempo.

La demolizione che cresima tutta la pellicola procede a passo di carrarmato verso un lato, quello macroscopico ed esteriore, che lo porta a sezionare una porta come a squassare la propria casa – carta d’identità evidente della seconda direttrice. Dall’altro, invece, striscia come una microcamera endovena, silente, chirurgica e quasi inconscia, che lo porta a rendersi irriconoscibile come un ormai estinto matto del villaggio (in una sequenza eccelsa di stramba emozione).

Costruzione e decostruzione, del mondo e del proprio animo, fanno di Demolition una superlativa analisi del lutto umano, contaminato da una vita agiata, talvolta rude e magari anche iniqua. È un’autodistruzione di sé e, al contempo, della realtà che, inaspettatamente, conduce alla catarsi invece che al tracollo – in modo meno sensato ma ritengo calzante, una sconnessione di interconnessioni.

Quello di Davis è un calvario privato verso un’autopsia della propria sfera emotiva, un allunaggio nella verità cosparsa di denaro e successo come un trapezista scoordinato che, senza saperlo, è già caduto. Indietreggia al rallentatore fino all’infanzia – altra chiave di volta del film –, una regressione liberatoria che, infine, gli permette di estraniarsi dalla demolizione implosiva. E incanalare la serenità costruttiva in opere gioviali di restauro e guadagnata malinconia.

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