“Cosa voleva dire Tolkien?”

327908__map-lord-of-the-rings-the-terrain_pQuest’oggi spero di fare cosa gradita presentando al mio lettore un articolo di Scott Card, contenuto anch’esso nella raccolta di saggi dal titolo “Meditations on Middle Earth”, articolo che si occupa del “significato” del romanzo “Il Signore degli Anelli”.

Innanzitutto può essere utile fornire qualche breve informazione sull’identità dell’autore di questo scritto. Scott Card è uno dei maggiori scrittori di fantascienza contemporanei, famoso soprattutto per i suoi romanzi del “ciclo di Ender”, e in modo specifico per il romanzo “Il gioco di Ender”, recentemente trasposto in pellicola cinematografica, come molti sapranno.

Scott Card

Egli si assume il compito, a dire il vero ingrato e ostico, di dibattere della “semantica” del principale romanzo di Tolkien e, per quanto molte delle sue conclusioni siano rivedibili, nel complesso gli stimoli che derivano dalla lettura sono molti e molto penetranti.

Partiamo subito con il primo motivo di discussione che lo scrittore suscita; egli dice:

“Eppure quando Tolkien dichiara di non sopportare l’allegoria in tutte le sue forme, rifiuta anche il sistema del modernismo di interpretare il significato delle storie – o, in effetti, di inserire un significato nelle storie. Certamente i modernisti non abbracciano la corrispondenza uno a uno fra oggetto e riferimento che era tipica dell’allegoria medievale. Ma alla lunga il modernismo ha condotto ad un metodo di interpretare il significato delle storie che, come l’allegoria, si riduce a decodificare le storie anziché viverle.”

Dunque nella critica si è affermato un modo di interpretare l’opera letteraria in generale, e quindi anche l’opera di Tolkien, in modo freddo, distaccato, meccanicistico se non addirittura deterministico. Si tratterebbe semplicemente di entrare in possesso della chiave che ci consenta di comprendere il codice, e quindi, applicando una sorta di logaritmo, saremmo in grado di raggiungere una “spiegazione” del testo.

“A cosa nella cultura che lo circondava stava alludendo Tolkien quando ha usato un anello come incarnazione del potere? Tolkien non intendeva dargli altri “significati”, perché Tolkien non scriveva la sua narrativa per essere decodificata, quanto piuttosto per essere vissuta e conservata nella memoria del lettore.”

Pertanto “Il Signore degli Anelli” va vissuto emozionalmente, lasciando scorrere il fiume emotivo che sgorga spontaneamente nell’animo di ciascuno di noi, e vivendo l’esperienza come qualcosa di personale, di intimo. A questo punto Scott Card introduce la teorizzazione di un concetto fondamentale dicendo che “Ciò che Tolkien ha scritto non è ovviamente “serio”, ma “escapista”. Seria è la letteratura che può essere decodificata, trattata in modo scientifico e quindi può essere accolta dai critici nel seno della letteratura alta. Un esempio di letteratura seria, ci dice, è l’Ulysses di Joyce: “ Il mio punto è che l’Ulysses può essere insegnato. Ma il Signore degli Anelli può solo essere letto.” Nel romanzo di Tolkien vi è qualcosa di meno ma anche qualcosa di più.

I lettori contribuiscono, pur inconsapevolmente, alla costruzione del “significato” e, nel mettere in atto tale azione, sono influenzati dalla loro precedente visione del mondo e non a caso, se le visioni del mondo dell’autore e del lettore sono eccessivamente difformi il patto narrativo fallisce:

“In realtà la mia supposizione (anche se non può essere misurata) è che la maggior parte delle asserzioni causali e morali di un racconto devono essere già condivise fra il narratore e la cultura che ha prodotto i lettori che le ricevono”

Poi, probabilmente, Scott Card decide con piena consapevolezza di deragliare dal binario della buona moderazione e di prorompere in un’affermazione moralistica, un po’ paternalistica ed effettivamente quasi censoria:

“E quando una società abbraccia storie che creano o rinforzano visioni del mondo che portano le persone a comportarsi in modi validi – sacrificando nobilmente la vita per il loro paese, ad esempio, o prendendosi responsabilmente cura dei bisogni dei loro figli senza pensare agli inconvenienti o alle difficoltà – allora quella società è più probabile che sopravviva rispetto ad una le cui storie creino una visione del mondo che celebri un rifiuto di sacrificarsi per il bene degli altri”.

Emerge qui la radice “cristiana fondamentalista” di Scott Card. A ciascun lettore la libertà di giudicarne l’adeguatezza.

D’altronde un certo afflato religioso è evidentissimo in tutta la saga tolkieniana, e proprio per questo Card si sente in dovere di dare spiegazioni, per quanto frettolose; egli infatti dice:

“Ma Tolkien era un Cattolico, e la profonda storia del Cattolicesimo era una parte della sua visione del mondo. E’ scontato che si mostri nelle sue storie, non in un modo allegorico, cosciente, codificato, ma piuttosto come il modo in cui le cose vanno.”

Scott, sul finale delle sue argomentazioni, rivela anche la sua preferenza per Sam, elevato a vero protagonista del racconto, unico personaggio in grado di portare l’anello riuscendo a contrastarne il fascino maligno. Le motivazioni di questa preferenza accordata al “servitore”, risiedono tutte nel retroterra cultura di Scott e nelle direttive etiche ovvero escatologiche che egli ha acquisito nel corso della sua vita. Infatti egli stesso scrive:

“Quindi era giusto che Sam ricevesse, non la vita contemplativa dell’apoteosi di Frodo, ma piuttosto l’idea di paradiso con cui io, nella mia religione decisamente non cattolica, ero cresciuto: vivere in un giardino coltivato con le proprie mani, circondato dalla propria famiglia, ed in grado di contemplare e di aiutare la propria famiglia ed il proprio giardino a migliorare ed a crescere.”

La conclusione dell’articolo, ad ogni modo, lascia la questione irrisolta e galoppa una certa raffinata e intellettualistica ambiguità:

“Non è neanche poi molto interessante ciò che Tolkien “intendeva significare” mentre la scriveva; nella misura in cui le sue scelte erano inconsce, possiamo pensare che riflettano ciò che lui realmente credeva; e nella misura in cui le sue scelte erano consce, possiamo pensare solo che riflettano ciò che lui credeva di credere”.

Grazie ancora Soronel per la traduzione; vi è piaciuto l’articolo? Commentate e condividete, se lo ritenete opportuno.

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