Colonia, la fiducia tradita e l’amore ritrovato

Colonia

Se anche i tedeschi evadono le regole è segno che il clima s’è surriscaldato. Una fuga di notizie consentita, una lecita evasione risalente a qualche mese fa, ha fatto luce sul pozzo dell’atrocità nel Cile dell’oppressione. Un’evasione impalpabile che si rispecchia in quella più materiale di settant’anni fa, remota ma non ancestrale, dei mostri nazisti verso il Sud America, poi scesi a patti con l’ignobile Pinochet. I documenti sono stati desecretati con una decade di anticipo, tale è l’onta che vomitano ancora i cancelli di Colonia Dignidad, o Villa Baviera. Fretta indotta, in qualche misura, anche dal film di Florian Gallenberger Colonia, storia romantica dai risvolti politici e thriller.

Pedofilia insabbiata, torture ipogee e relazioni fracassate; dell’orrore, insomma, di questo parlano le vicende di Lena (Emma Watson) e Daniel (Daniel Brhl), hostess tedesca e attivista politico in piena militanza socialista cilena. Anche chi di storia contemporanea sa poco e intuisce meno comprende che il golpe potrebbe essere dietro la prossima scena, e con esso il fenomeno dei desaparecidos che annovera Daniel tra le vittime. La caparbietà di Lena lo rintraccia, lo riconosce e tenta di salvarlo, il tutto nell’alveare del terrore tirannico a tinte cattoliche di Colonia Dignidad.

Il regista premio Oscar – miglior cortometraggio 2001 – soprassiede sull’insediamento originario di svastiche e uniformi e fionda l’azione nel contesto rivoluzionario del Paese. La guerra è finita, gli esuli eroi cosiddetti ariani braccati e abbattuti – dove non rifocillati. Non è il tempo del Nazismo, insomma, ma quello del Neruda che fa politica con la poesia in barba a L’avvelenata Guccini.

La narrazione s’impossessa dell’immagine spegnendo ogni reclamo di trasmissione di significato. Le inquadrature sono, stilisticamente, spartane e dure. Fronzoli e ornamenti vengono recisi come foglie secche e superflue affilando gli spigoli, ormai senza nappe o brillantini. Le inquadrature aride, fredde nei colori, travasano il gelo bellico degli Anni Quaranta nel fervore accalorato del Cile, dove non v’è un sole pacifico a placare gli scontri.

Nel batticuore roboante e perpetuo, che stronca la quiete anche quando sembra raggiunta, la fotografia assume un ruolo preponderante rispetto alle viscide parole. Il potere, gli accordi e, chissà, anche massicci favoritismi sfilacciano la fiducia riposta nel linguaggio verbale, che mente e inganna privo di ritengo etico. Solo la fotografia, ostinata testimonianza inconfutabile quanto pericolosa, può presentarsi come l’araldo della verità che compromette e comprova – discorso specularmente antitetico rispetto a quello di Larrain in Neruda.

Ne emerge un attacco, oltre che di denuncia globale alle pratiche occulte dietro la dittatura (se non alla dittatura stessa), all’avidità della fiducia umana. Quella fiducia che invece di consolidare spezza, incrocia le dita dietro la schiena e rifornisce le calamità orripilanti dell’uomo. Le atroci menzogne, dunque, che non si affiliano al colore di una bandiera ma garriscono sguinzagliate dove ce n’è richiesta, dietro la falce o tra le strisce, e troppo raramente vengono scoperchiate e condannate. Colonia indigna, macina riflessioni e fa trattenere il respiro, con la sua storia. Storia misconosciuta, già allo stremo, ma troppo giovane per morire adesso quando la memoria è quello che ci serve di più.

Spero che l’articolo ti sia piaciuto, e se sì, perché non condividerlo? In entrambi i casi ti invito calorosamente a seguire Very Nerd People su Facebook. Se questo scritto ti ha incuriosito, non temere: ce ne saranno altri. Solo il sabato, solo su Very Nerd People, solo sul viale d’ingresso

Condividi su