Il cliente – recensione del Miglior Film Straniero agli Oscar

L’ultimo film di Asghar Farhadi, regista iraniano dissidente agli ultimi Oscar, è uno spaccato di suspense e silenzi. Tacito, diafano, decisamente controverso. Il cliente adatta liberamente una pièce quasi sessantenne (Morte di un commesso viaggiatore) iniettandola come antigene in una cultura differente. Al tempo stesso la incorpora come evento drammatico, ne fa un tatuaggio nella narrazione, creando un ordito di lividi rimandi destinati a dissanguarsi nella tragedia.

Gli sposi Emad (Shahab Hosseini) e Raana (Taraneh Alidoosti) sono costretti a traslocare. L’abbandono avviene sullo sfondo della speculazione edilizia, incipit che ricorda la Napoli di Rosi datata ’63. L’unica soluzione è l’attico in precedenza abitato da una donna di malaffare. A nulla valgono gli ammonimenti del vicinato per il suo lavoro turbolento. Basta una distrazione, un’inezia abitudinaria, a far crollare il palazzo, stavolta in senso metaforico. L’aggressione a Raana, scambiata accidentalmente per la prostituta, dà origine a una ricerca indemoniata del colpevole – il vecchio cliente del titolo. Un’indagine dannata e condannata il cui esito non è scontato.

Evidenziare il solo scorcio pseudo-poliziesco, per di più privato, è una grande minimizzazione. Tale che non rende giustizia all’opera del regista vincitore con questo film dell’Oscar come miglior film straniero. (Per onor di cronaca e di bravura, il secondo). Il cliente esibisce una raffinatezza quasi occidentale per il tema (la vendetta, la morte, l’onta). Che, però, è trattato secondo un canone di genere quasi hitchcockiani, calato in un contesto familiare che si discosta dai parametri noti a noi spettatori europei.

Il film di Farhadi rappresenta, forse in modo sintomatico, la radiografia di una società. Le sue debolezze e le ipocrisie, la pace mancata e la rabbia irenica. Lo stratagemma iniziale del probabile crollo è emblematica e non casuale. Mette in luce la fragilità del lato privato a fronte di una resistenza quasi infrangibile verso quello civile e collettivo. E non è un caso che proprio il climax trovi un degno albergo tra le crepe bianche e i vetri doloranti della casa, mai osservata in condizioni stabili.

Ci si trova al cospetto di un film perspicace verso il sentore dell’attesa e del vuoto. Attraverso la psiche frastagliata di uno stupro, i riflessi vendicativi, le pareti scabre e i bagni decisivi alla Tarantino.  Che tenta di svuotare invece che di riempire. In cui l’unico recipiente non è la famiglia, ma la bara su un palcoscenico che si asfissia con la realtà.

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