Ciak, si gira! Parliamo di due tecniche digitali cinematografiche

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Il digitale è ormai un supporto fondamentale nella realizzazione e nello sviluppo di progetti cinematografici e non. Grazie alle tecniche sviluppate nel corso degli anni e degli studi nel campo, cosa abbiamo ottenuto? C’è chi sostiene che con la digitalizzazione si tenda a perdere il “vero” cinema, il cosiddetto live-action, ma ovviamente c’è molto di più oltre lo scetticismo.

“Andavo dai tecnici nel loro laboratorio e dicevo loro: “vorrei una scena con seimila cavalli che attaccano centomila orchi. Potete mostrarmi qualcosa tra cinque settimane”. Una volta uscito da quella porta non dovevo pensarci più. Forse la cosa più semplice del Signore degli Anelli è stata paradossalmente quella delle immagini in computer grafica…”. Così dice Peter Jackson in un’intervista. Ma la “digitalizzazione del cinema” non prevede solo la spettacolarità di ciò che viene prodotto, ma un enorme risparmio di tempo e denaro poiché sarebbe terribilmente difficile e dispendioso, nonché alquanto difficoltoso a livello logistico, truccare centomila comparse da orchi e e simulare uno scontro con seimila cavalli. Un’operazione impossibile. Fino a qualche tempo fa si creavano dei giochi con la macchina da presa illudendo lo spettatore, recentemente si tende a prendere un piccolo numero e duplicarlo con la computer grafica, oppure le immagini in cui non è fondamentale la precisione certosina (tipo una ripresa dall’alto) si creano anche con pochissimo materiale a disposizione. Vediamo un paio di tecniche usate sul set grazie comunque al sussidio degli attori.

Che strumenti possono essere usati nel caso che la situazione richieda molta precisione? Una tecnica usata è quella della motion capture (o performance capture). L’attore recita vestendo una tuta con dei sensori luminosi (sì, sembrano degli alberi di Natale) i quali riproducono digitalmente i movimenti dell’attore. Cosa comporta? Una maggiore precisione espressiva e soprattutto una quasi “umanizzazione” dei personaggi digitali e dei loro gesti. Alcuni degli esempi più recenti in cui è stata usata questa tecnica sono i film della Trilogia de “Il Signore degli Anelli” nonché quella de “Lo Hobbit”, entrambe di Peter Jackson. Nella prima si è usata principalmente per Gollum, interpretato da Andy Serkis, e nella seconda per Smaug, interpretato da Benedict Cumberbatch. La mo-cap non è usata solo in campo cinematografico bensì anche medico, videoludico e militare.

     

Nel caso in cui siano necessari dei movimenti “innaturali” per un uomo, ovvero un qualcosa che l’attore non è in grado di riprodurre, questi vengono realizzati attraverso la tecnica Key Frame. In questo caso si creano digitalmente le immagini che vengono aggiunte poi fra le altre usando l’interpretazione dell’attore come base. Questa tecnica è stata usata per il personaggio di Gollum, per mantenere lo stesso esempio. Ma nell’animazione classica per Key Frame si intendeva la realizzazione del primo e dell’ultimo disegno di una scena dove poi venivano inserite le pose di transizione intermedie chiamate inbetween. 

Senz’altro entrambi questi strumenti digitali semplificano la vita dei tecnici, e riducono i costi ai produttori. La motion capture richiede anche i particolari strumenti sopra citati che devono essere conservati con cura. Molti credono che questa digitalizzazione possa prevedere la morte del cinema classico, ma io ritengo che niente possa sostituire il live-action. Digitale e tradizione devono procedere di pari passo e se coesistono nello stesso film devono avere la stessa percentuale di utilizzo per non strafare. Sono stati realizzati anche cartoni animati con la tecnica capture motion, per esempio “Polar Express” (2004) di Robert Zemeckis. E voi che ne pensate?

Fonti: L’intervista da “Narrare con le immagini” di Paolo Morales (pag. 143), The Making of Gollum, l’articolo “Motion e Performance Capture: il cinema del futuro è più presente che mai” di Emanule Gregori.

Immagine in evidenza da Hypable.com

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