Blade Runner 2049: prezioso e non prolisso

Spesso e volentieri, anche troppo spesso e troppo volentieri, i tabloid sprizzano enfasi da ogni titolo. Creano un firmamento di etichette e cliché, spesso poco critici e meramente spettacolari, che costituiscono un minestrone di elogi melensi. “Imperdibile”, “visivamente spettacolare”, “[inserire nome regista] ha superato se stesso” e via dicendo. Blade Runner 2049 corrisponde a ciascuno degli epiteti che rintracciabili in questo modo. Al millimetro, immagine dopo immagine. Con l’accortezza, da far sbavare ogni cinefilo, che è un sequel realizzato assennatamente. Non c’è sbaraglio, non c’è foga commerciale. Solo atmosfera, dubbio, cromatismi sottili ma evidenti. E, detto da chi ne sa più del sottoscritto, una buona dose non adulterata di Philip K. Dick.

Denis Villenueve, ultimamente alla ribalta per opere di grosso calibro produttivo e autoriale, non fa rimpiangere il Ridley Scott dei tempi andati. Lo Scott, per intenderci, pre-Alien Covenant, che ha ben palesato un fiato troppo corto. La storia di replicanti e umani, invece, il fiato ce l’ha parecchio lungo, una sorsata interminabile di narrazione. Bene o male, anche, sugli stessi ritmi su cui arrancava Rick Deckard trentacinque anni fa, che scivolano via su un’estetica levigata di tempeste, inquadrature in penombra, ambiguità che soltanto lambiscono il senso morale incentrandosi con più ferocia sugli aspetti deprecabili di una Los Angeles ancora più irriconoscibile, ancora più irritante.

L’agente K (Ryan Gosling) si trova invischiato tra surrogazione emotiva e dovere sociale, cedendo sotto il peso delle illusioni e dell’utopia. Paradossalmente si ribalta la prospettiva filosofica del film originale: se si instillava il dubbio che Deckard fosse un replicante – indiscrezione perenne poi confermata dal regista – adesso si insinua la pulce che K potrebbe essere più umano del normale. Come al solito, però, la ricerca non è speculare, umanità da un lato e androidi dall’altro. O, per meglio dire, tale è la situazione per il clima sociale disperato di metà XXI secolo. Per lo spettatore, succubo della retorica pennellata, dei silenzi e del sonoro (altro Oscar in arrivo?), la direzione è la medesima. Verso un’elevazione contestuale e paritaria. E se tra le righe Villenueve impianta il seme della ribellione su larga scala, a livello macroscopico vi è la vana ricerca impalpabile di un senso.

La vastità significante di Blade Runner 2049 è pertanto impressionante. Esistenzialismo e marxismo, storia e futuro, amore e miracolo, pubblico e privato. Anche, talvolta, con un tono piuttosto orwelliano – e come potrebbe non esserlo? Quello che in particolare colpisce, divincolandoci dalle pastoie di interpretazione, è un triplice parametro. Che, innanzitutto, impera un senso di nostalgia costante. Una nostalgia al contrario, imperniata su un non poter invertire la marcia anche se è qualcosa che non abbiamo mai – e ancora – vissuto. In secondo luogo, lo stile di talune immagini. Pensando a Blade Runner, infatti, ci sovvengono momenti fumosi, con una qualità della riproduzione subatomica ma in qualche modo insozzata di proposito. Ecco, Villenueve riesce a trasformare i quasi 4K dell’IMAX, ineccepibili per definizione, in un fotogramma di celluloide. Brumoso, granuloso, sporco. Con l’asso nella manica, tuttavia, di concedere scorci di rara sublimità.

Infine: questa recensione non ha una trama da spiegare. Perché se avete già visto il film, sapete tutto. Se non l’avete visto, non vi conviene esplorarla. C’è, una storia, ma è labile, adornata e raffinata. E all’interno della storia prende campo il valore della memoria. L’importanza del ricordo, la facoltà epica per eccellenza secondo Walter Benjamin. Ricordo che, nostro malgrado, testimonia un racconto e un passato che difficilmente si concede limpido. Con tutte le difficoltà di ricostruzione per cui non solo non basta più l’occhio, ma anche la sensorialità mnemonica risulta fallace e ingannevole.

JG

Chi sono? Irrilevante. Uomo o donna, nullafacente od occupato, recensore o perditempo. Forse sono un po’ e un po’: giudico film ma al contempo non faccio niente, studio, sì, ma come universitario è tutto quello che devo fare, e infine– no, direi che sono uomo. Solo uomo. Fino al centesimo percentile. Sicuro, mh-mh. A ogni modo, per la cronaca, il mio nome è Davide Bianchi e sono un meticcio fiorentino-pescarese. Studio appassionatamente al DAMS di Bologna sotto il motto “cinema, sempre cinema, fortissimamente cinema”. Ho ventun anni e mi piacciono i fumetti, i libri, il calcio – nelle giuste dosi – e anche i videogiochi. E la poesia, tanto, e un po’ tutte le arti in generale.

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