Black Mirror: la serie di cui c’era bisogno (recensione)

serial-tentang-teknologi-black-mirror-3

Il primo ministro inglese, un androide con le sembianze di un uomo morto e una scrofa. No, non sono i concorrenti della nuova edizione del Grande Fratello Vip, ma alcuni dei protagonisti di “Black Mirror”, la fortunata serie di Charlie Brooker, già creatore di “Dead Set”, che sta tenendo gli spettatori di tutto il mondo attaccati allo schermo. E il filo conduttore è appunto lui, lo schermo nero che tutti noi siamo abituati nostro malgrado a riconoscere e ad utilizzare, su smartphone, televisori e pc, emblema delle nuove tecnologie che negli ultimi anni sono entrate prepotentemente nelle nostre vite, modificandole irreversibilmente.
La serie, andata in onda per la prima volta in Italia nel 2012 su Sky Cinema e acquistata nel 2015 da Netflix, è ora alla terza stagione e sta riscontrando un notevole successo di pubblico e di critica (mentre la quarta è prevista per il 2017). Le atmosfere cupe, la colonna sonora suggestiva e il cast di prim’ordine l’hanno già trasformata in un cult.

Ma vediamo di capire meglio di cosa si tratta: “Black Mirror” è una serie antologica, in cui, cioè, ogni puntata ha dei personaggi e una trama diversi. Ogni episodio è ambientato in uno scenario differente, quasi sempre in un futuro più o meno prossimo, e affronta un diverso ‘effetto collaterale’ della tecnologia: solitudine, vuoto cronico e alienazione sono solo alcuni di questi e rappresentano il prezzo da pagare per una vita più comoda.
Inserendosi a pieno titolo nel filone della distopia/fantascienza, muove pesanti critiche agli smartphone e a tutti i dispositivi elettronici, visti non come semplici strumenti passivi al servizio dell’uomo, ma come vere e proprie protesi bioniche, invenzioni in grado di modificare attivamente (spesso in peggio) la vita di chi li usa, dai rapporti umani alla concezione della morte.

Charlie Brooker, l’ideatore della serie, offre una visione pessimista e disillusa del futuro, in cui non c’è spazio per happy ending, e dipinge un’umanità alla deriva senza possibilità di riscatto, incapace di governare quegli stessi strumenti che ha creato.
Senza mai scadere nel banale o nel moralismo, “Black Mirror” vuole invitare lo spettatore a riflettere e a mettere in discussione l’ottimismo tecnologico e l’incondizionata fiducia nel progresso, mostrando le conseguenze e le tragiche contraddizioni a cui mettere la propria vita nelle mani delle macchine può portare.
Nell’era dell’onanismo informatico, dell’isteria da social e dell’uso sconsiderato della parola “apericena”, si sentiva il bisogno di un prodotto artistico come questo, per instillare nelle masse un germe di senso critico ed evitare così che il futuro assomigli sempre di più a una macchia di caffè sulla patta dei pantaloni bianchi appena comprati.
Il presente è cupo.

Ma il futuro è luminoso.

Ti è piaciuto l’articolo? Condividilo e seguici su Facebook per rimanere sempre aggiornato!

Condividi su
Elisa Frigieri

Sono un video di gatti che si crede persona.