Biografilm: Bologna rossa di cinema e di vita

Biografim 2016

Rosso, rosso fuoco, rosso vivo, rosso Ferrari. Rosso Sangue se vi intriga Cappuccetto versione horror, Rosso Puro se vi piacciono le motociclette personalizzate. Ma anche rosso Biografilm, il rosso del cinema documentaristico più o meno di nicchia che da dodici anni battezza l’estate bolognese. Ospiti, sorprese e conferme dall’edizione di quest’anno a cui ho piacevolmente partecipato dietro le quinte e davanti a una moltitudine di figure di spicco.

Dodici anni fa non esisteva nel mondo nessun festival specializzato in biografie. I cosiddetti “biopic” (“biografic picture”, per i profani) non avevano alcuna vetrina per agghindarsi e farsi comprare, ammirare e anche apprezzare. Poi, nel 2005, una folata rossa ha investito Bologna che rossa già lo era, una ventata di vita e celebrazione cinematografica che ancora oggi resiste alle oscillazioni dell’economia e del mercato.

“Ed ecco” che siamo qui, come commenterebbe Werner Herzog – il cui ultimo film è arrivato in anteprima italiana proprio al festival bolognese. La prima serata la monopolizza lui con un documentario sulla nuova era digitale che ordisce ancora più connessioni di quante non potessimo concepire. Inaccessibile per ressa Lo and behold, reveries of the connected world ha coronato il tema principale di Biografilm The brand new world – raccontare la civiltà digitale, cui si sono affiancati i vari concorsi gremiti di perle e capolavori con poco spazio di manovra per le delusioni.

Sorvoliamo sui premi, non sono loro il nocciolo delle mie intenzioni. Le emozioni, quelle sì, valgono ben più più di un riconoscimento in vetro colorato. E dichiaro subito che le emozioni sono state impetuose quanto sfiancanti – diciannove film (su quasi novanta) in undici giorni si fanno sentire, alla lunga, insieme a tutte le attività a cui ho preso parte in quanto membro della Biografilm School. Parolone composito, per chi se lo chiede, solo per definire un progetto in cui a noi ragazzi viene concessa l’opportunità di vivere il dietro le quinte realizzando brevi video, redigendo il Daily Press di comunicazione con il pubblico e, ovviamente, entrando in sala gratis.

Se avete tra i 18 e i 25 anni, anzi, e frequentate l’Ateneo di Bologna o Ravenna – comprese le relative province – o le Belle Arti sempre a Bologna (o siete nati e/o residenti in una delle due città) potete candidarvi per l’anno prossimo  – cosa che vi sprono a fare.

Sorvolando sulla pubblicità benevola per cui non vedrò un soldo bucato, abbiamo presenziato alle lezioni di circa un’ora tenute da nomi piuttosto altisonanti, come Piera Detassis – direttrice di Ciak –, Jaco Van Dormael – regista di Dio esiste e vive a Bruxelles – e Luca Bigazzi – giusto per sminuirlo, il direttore della fotografia di Sorrentino. Un’immagine a tutto tondo di cos’è un film, insomma, dei modi in cui si produce, si gira, si distribuisce e si scrive su un’opera cinematografica, una spolverata di esperienza e fiducia che ha certamente corroborato la speranza di trenta giovani nei loro sogni.

Tornando coi piedi per terra, mi potrei svenare di elogi sui film che ho visto. Poco di narrativo, sia chiaro, ma tutto (o quasi) strepitoso. The black sheep, italiano per cominciare, racconta l’evasione prima culturale e poi la fuga materiale di Ausman, suddito libico che ricerca la cittadinanza più democratica della Finlandia con la sofferenza della saudade. Più musicale e multietnico The music of strangers: Yo-Yo Ma and the Silk Road Ensemble, di Morgan Neville, che trasforma un’accozzaglia di note e strumenti in una sinergia pacifica di collaborazione e vitalità. Vorrei citare un altro film prima di arrivare ai piani più alti della torta, ma non credo di poterlo fare essendo questo un secret screening – una proiezione tenuta segreta prima, durante e dopo la sua vita.

Passando per il secret, dunque, ho avuto modo di commuovermi con il melodramma Ma Ma, e poi subito dopo addolorarmi con incandescenza per le vicende di I, Daniel Blake, di ritorno da Cannes dopo aver trafugato la Palma d’Oro alla luce del giorno. E se Varichina – la vera storia della finta vita di Lorenzo De Santis intrattiene con coscienza per 54′ di storia barese (senza ancora, purtroppo, una distribuzione italiana), Snow Monkey si pone come un kolossal del documentario afghano con due ore e mezzo di durata, impalpabili e totalmente godibili nonostante – e forse proprio per suo merito – la forza schiacciante del tema affrontato.

Sono uscito ed entrato nel circuito delle medesime sale le diciannove volte sopracitate, e ogni volta le papille della mia cinefilia hanno sperimentato un’estasi naturale, primordiale, l’emozione del condividere un rito collettivo oggigiorno svalutato da chi detiene il potere della visione – computer, televisione, servizi di streaming. Per diciannove volte ho visto e ascoltato la sigla del festival (da brividi), per diciannove volte mi sono reso vulnerabile alle effusioni dello stupore. Ma solo una volta un lembo di me è rimasto seduto sulla poltrona imbottita, e forse ancora occupa abusivamente un posto.

The Student è un capolavoro. La raffinatezza della qualità è ineludibile quando lo si guarda, la frustrazione che si prova – o che io vi auguro di provare – mantiene l’allerta della ragione alta e produttiva. Ma è anche bello fotograficamente, tecnicamente, perfino nella recitazione di giovani attori sbalorditivi. Se vi interessano le diatribe religiose lo amerete; se non ve ne curate vi costringerà a farlo spontaneamente.

Biografilm è terminato ufficialmente domenica scorsa, il diciannove di giugno – giuro che la corrispondenza è involontaria – ma ha resistito nella sale del capoluogo emiliano-romagnolo fino a mercoledì, il palinsesto già compilato arricchito dalle repliche dei film vincitori. Ha lasciato il posto a Il Cinema Ritrovato, per cui si deve essere cinefili incalliti, eppure io mi auguro di ritrovare non un cinema qualunque, l’anno prossimo, ma la dolcezza rubiconda e impetuosa del tredicenne Biografilm.

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