RECENSIONE: Hostiles – Ostili: un nuovo western?

 Sono bel lontani i tempi dei western alla John Wayne col bell’americano buono e l’indiano portatore di tutti i mali. Con film come Soldato Blu (1970) di Ralph Nelson gli anni ’70 il vento cambiò portando al banco degli imputati il nuovo e ipocrita stato americano e schierandosi dalla parte degli indiani, popolo oppresso il cui sterminio è stato strumentalizzato e manipolato solo per sete di conquista. Hostiles (2018) diretto da Scott Cooper è però un film diverso diverso.

1892. I conflitti tra esercito americano e nativi indiani continuano a bagnare di sangue il continente, quando al capitano Joseph J. Blocker (Christian Bale) viene ordinato di riportare il capo Cheyenne Falco Giallo (Wes Studi) in fin di vita nelle sue terre dopo aver scontato anni di prigionia insieme alla famiglia. Il capitano Blocker è assai riluttante e non vorrebbe condurre la spedizione visto il suo odio personale nei confronti dell’indiano, ma esegue gli ordini impostogli. Durante il viaggio la scorta incappa in una fattoria ridotta in cenere. All’interno dell’edificio fatiscente c’è una donna, Rosalie Quaid (Rosamund Pike), in stato di shock: tutti i membri della sua famiglia sono stati brutalmente uccisi.

Ho avuto l’opportunità di vedere Hostiles in anteprima allo Spazio Uno a Firenze ed ho colto subito l’occasione. Nella prefazione ho detto che questo film è diverso, almeno per quella che è l’idea comune di western. E’ diverso da ogni Sentieri Selvaggi o Balla coi lupi, non ha niente a che fare con The Lone Ranger ovviamente, con nessun film di Leone, The Eightful Eight o con I Magnifici Sette. E’ diverso perché alla base della storia non c’è l’azione con cavalli, fucili e frecce bensì il conflitto e la crescita interiore di un uomo, di un soldato, che sta vivendo personalmente il cambiamento di punto del vista nei confronti del conflitto americano-indiano. Arrivati al 1892 è diventato un po’ difficile stabilire chi fosse nel torto fra le due parti. Come si evince dai dialoghi tra Bale e Studi, la brutalità e la violenza non erano risparmiate da nessuna fazione. Quelli che erano quindi giochi di potere fra lo stato americano e le tribù diventarono questioni personali, tra soldati americani e indiani: Blocker odia gli indiani perché ha visto morire troppi suoi compagni per mano loro, lo stesso vale per la controparte. Rosalie soffre per la violenza che ha subito la sua famiglia e lo stesso prova la donna indiana che vede maltrattare il compagno. La guerra con questa dinamica diventa una ricerca di vendetta da parte di uomini comuni che combattevano una battaglia politica, mossa da ideologie razziste e supremazia, che li aveva coinvolti e trasformati a tal punto da essere quella battaglia, quell’ideologia, da averla completamente assorbita. Blocker diventa il simbolo, anche perché dubito che la sua evoluzione sia verosimile, di tempi che stavano cambiando. Il viaggio che devono compiere è più che altro metaforico, è un viaggio verso la tolleranza e il riconoscimento della parola “omicidio”, un viaggio in cui non ci sono vincitori ma solo vinti.

Un altro aspetto che mi ha colpita è stato il trattare il tema dei disagi psicologici, il che raramente si vede in un western. In primis lo shock di Rosalie Quaid, reso benissimo dalla Pike, tira fuori il lato più umano dell’eroina, di una madre che ha perso i figli, e aiuta a caratterizzare e rendere più verosimile il personaggio. E poi anche il disturbo da stress post-traumatico dei soldati, come lo stesso Blocker ma più in particolare del suo amico, il Sergente Maggiore Thomas Metz (Rory Cochrane), che dopo una vita passata ad assistere a violenze e a compierne non ne può più e cade in depressione. Accettare e riconoscere questo lato umano, questa naturale e legittima fragilità che non trasforma un soldato di fine Ottocento in un apatico assassino anche se, come dice il personaggio di Bale “Ho ucciso selvaggi perché questo è il mio lavoro”, credo sia un aspetto davvero interessante.

Il tutto non poteva essere ben reso senza una fotografia incredibile che rende il paesaggio americano un attore non protagonista fondamentale, un sonoro fortemente evocativo e un cast strepitoso. Ogni personaggio è caratterizzato benissimo, Bale, il trasformista, ci ha regalato davvero un’altra ottima interpretazione e la Pike si è rivelata una perfetta co-protagonista, solo il grido straziante di quando scava la fossa per la sua famiglia le vale la parte. Da notare anche la presenza di Timothée Chalamet, candidato al premio Oscar come miglior attore protagonista quest’anno, nel ruolo secondario di Philippe DeJardin.

Che dire, magari non vincerà l’Oscar come miglior film dell’anno, però è senz’altro un ottimo prodotto per passare una serata al cinema. Quindi vi consiglio di vederlo quando uscirà il prossimo 22 marzo al cinema. Buona visione!

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Juliet

Salve a tutti. Sono Annalisa Ballerini, una cinefila entusiasta di condividere con un pubblico la propria passione per la settima arte!

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