Amelie: la paura di emozionarsi

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“Il favoloso mondo di Amelie. Come può non incantare una bambina di sei anni, andata al cinema all’aperto con la madre una sera d’estate, un film del genere, ambientato a Parigi, con piccoli scherzetti e stratagemmi, con una musica magica, con personaggi così buffi? Mi incantò infatti, era l’estate del 2002. Quell’estate però non fui certo l’unica a cadere vittima della magia di quel film venuto dalla Francia. Dalla sua uscita nel paese d’oltralpe nell’Aprile del 2001 col titolo Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain, fu visto da milioni di persone in Europa, otto milioni solo in Francia. Cos’è che incantava tutti? Cos’è che lo ha reso così famoso da far sì che anche quei pochi che non l’hanno visto, ne abbiano sentito per forza almeno parlare? Non è difficile capirlo: Il favoloso mondo di Amelie è un film che fa della leggerezza, della poesia, della finezza, della bellezza parigina, il filo conduttore della storia, storia che però non è affatto priva di un messaggio profondo, di tipo esistenziale, il quale va al di sotto della bellissima fotografia (di Bruno del Bonnel) e della bellissima colonna sonora (di Yan Tersien), per cui vale già la pena di vedere il film. Ma di cosa parla? Ce lo racconta una voce narrante…

“Il 3 settembre 1973, alle 18, 28 minuti e 32 secondi, una mosca della famiglia dei Calliphoridi, capace di 14.670 battiti d’ali al minuto, plana su rue Saint-Vincent, a Montmartre. Nello stesso momento, in un ristorante all’aperto a due passi dal Moulin de la Galette, il vento si insinua magicamente sotto una tovaglia facendo ballare i bicchieri senza che nessuno se ne accorga. In quell’istante, al quinto piano del 28 dell’Avenue Trudaine, IX Arrondissement, Eugène Koler, di ritorno dal funerale del suo migliore amico, Emile Maginot, ne cancella il nome dalla sua rubrica. Sempre nello stesso momento, uno spermatozoo con il cromosoma X del signor Raphaël Poulain, si stacca dal plotone per raggiungere un ovulo della signora Poulain, nata Amandine Fouet. Nove mesi più tardi, nasce Amélie Poulain”. 

Ciò che manca ad Amelie (interpretata dalla giovanissima Audrey Tautou) sin da quel 3 settembre è l’affetto dei genitori, la madre è severa, gli unici contatti col padre la bambina li ha quando lui, dottore, la visita, tanto che il cuore di Amelie, in quei momenti, batte all’impazzata e si pensa ad una malattia. Per questo motivo non andrà mai a scuola, studierà da privatista e si troverà anche da adulta in difficoltà con le emozioni, rimanendo bambina, persa nel suo “favoloso mondo”, meraviglioso, con statue e quadri che parlano, nuvole a forma di coniglio, ma inaccessibile ad altri, solitario.

Ormai ventenne lavora in un bar, la sua vita trascorre simile a quella del'”l’Uomo di vetro”, il suo vicino, che a causa di una malattia delle ossa, non può vivere la sua vita, vive in un mondo ovattato. Amelie però non ha nessuna malattia, deve trovare il coraggio di vivere, noi la seguiamo in quel percorso che le insegna a farlo. Tutto inizia quando Amelie trova per caso una scatola dei ricordi di un bambino: vuole ritrovare il proprietario. La ricerca la costringe a entrare a contatto col mondo, il suo successo la spinge ad occuparsi degli altri, a renderli felici con delle buone azioni. Ma lei, “la ragazza col bicchiere d’acqua” del quadro di Renoir, isolata da tutto, riuscirà a entrare in quel mondo di felicità che gira attorno a lei?

Nella pellicola è “l’Uomo di vetro” che sta dipingendo il quadro di Renoir – ne dipinge uno all’anno-e lo mostra a Amelie, sostenendo di non riuscire a cogliere lo sguardo della “ragazza col bicchiere d’acqua” che “è al centro, eppure ne è fuori”. Con essa Amelie si identifica immediatamente…

Lei ha paura di essere felice, l’ultimo passo che dovrà fare è prendersi carico della sua vita, amarsi, per infine riuscire ad amare e farsi amare.

Tutta la storia (sceneggiatura e regia di Jean-Pierre Jeunet) sembra un po’ estrema, i personaggi che si incontrano particolari, eppure credo che il successo riscosso dal film stia, oltre che nell’ottima fattura – come vi ho raccontato prima- proprio nel fatto che il pubblico si sia ritrovato almeno in una fase della vita nella condizione di Amelie, nell’incapacità di relazionarsi con le emozioni, tipica della società d’oggi, sempre più razionale, incapace di darci gli strumenti adatti per confrontarci con la nostra sfera emotiva, in cui la solitudine è sempre più avvertita, più comune, più sofferta.

Sicuramente è stato così per me in una fase della mia vita, e sicuramente è stato per questo che mi sono affezionata al film. Proiettavo nel successo finale di Amelie (non è uno spoiler, il lieto fine è scontato) la possibilità di uscire dalla paura delle emozioni in cui mi sentivo bloccata. Adesso che, non posso dire che l’abbia sconfitta, ho affrontato quanto meno la mia paura, guardo comunque al film con affetto, ricordando ciò che ero, ricordando quelle paure che comunque mi hanno resa quella che sono oggi, sicuramente piena di difetti ma a cui voglio bene lo stesso. Per questo Il favoloso mondo di Amelie entra a pieno titolo tra i miei “tesori” a cui sto dedicando i primi articoli qui, tra i “tesori” a cui tengo di più, che stringo più stretti. BUONA VISIONE!

“Mi piace molto voltarmi nel buio e osservare le facce degli altri spettatori e poi mi piace cogliere quei particolari che nessuno noterà mai…” (Amelie Poulain)

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