Alien: Covenant – recensione in anteprima di un film imperfetto

Sul fatto che Alien abbia avuto un’esistenza travagliata credo possiamo dirci tutti d’accordo. Il declino inesorabile dei quattro film originali, poi gli incroci geneticamente sbagliati con Predator. E anche Prometheus, se la memoria non distorce troppo, aveva i suoi difetti. Alien: Covenant, nell’andirivieni temporale ormai comune a troppe saghe (velo pietoso su X-Men), eredita l’esistenzialismo del predecessore, trovando nella mano salda ed esperta di Ridley Scott una forma versatile che non persuade del tutto.

Dieci anni dopo gli eventi della Prometheus, la nave colonizzatrice Covenant intercetta una trasmissione umana. La sorgente è ubicata su un mondo allettante, più di quello prescelto per l’insediamento extraterrestre. Ma, nonostante le apparenze, tra tempeste magnetiche, necropoli e silenzi mortuari, si rivela essere l’antitesi dell’Eden. E chissà, con un titolo del genere, quali insidie potrà mai riservare un mondo alieno all’ormai classico equipaggio.

Il film del 2012 ha dato una nuova direzione alla saga, finalmente riabbracciata dal padre Scott. Benché i modi concatenazione drammatica degli eventi rimangano simili rispetto alla tetralogia originale (non vi era una vera e propria narrazione interconnessa ma una correlazione di personaggi e universo), con Alien: Covenant si crea una pista più definita, almeno in teoria. La suspense e l’animo horror-thriller trovano quasi spazi angusti, a differenza del capolavoro del ’79, incoraggiando la ricerca degli “dèi”.

Solo che, quasi come una pausa nel poema dello spazio profondo vecchio quattro decadi, l’attenzione è decentrata dall’uomo verso la macchina. La spedizione non sembra più fisica verso i progenitori più o meno artificiali, ma interiore – e cibernetica – verso i costruttori delle stesse macchine che si interrogano filosoficamente. La fotografia dell’opera, in questo frangente, ha un ruolo predominante nel contrassegnare il freddo acciaio dell’obbedienza contrapposto invece ai toni morbidi e caldi della coscienza.

Senza voler impantanarci in digressioni più consone a una filosofia neuronale – precauzione opportunamente scelta anche dal film – il rapporto uomo-droide, natura e artificio, si divarica sempre più e al contempo trova una sovrapposizione preoccupante. Con ottimo tempismo, viste le riflessioni del recente Westworld. Ma tutto è suggestione, pura evocazione, che non indietreggia di fronte al lirismo stilistico, esaltandolo col fremito proprio della fantascienza. (A questo appartengono gli inevitabili echi asimoviani del giogo delle Tre Leggi). Resta ancora da chiederci, dunque, se gli androidi sognino davvero pecore elettriche. O magari xenomorfi peluche.

La pappardella fin qui snocciolata lascerebbe presagire una solfa che farebbe impallidire anche il Socrate più bendisposto. Covenant, tuttavia, dissipa le nebbie dell’autorialità radicale con massicci sottintesi e atmosfera elettrostatica – in senso letterale e figurato. Soprattutto si intinge di quella tensione che rende Alien, sin dagli inizi, uno stimolatore di cardiopalma brevettato. Anche se, dispiace dirlo, è un cardiopalma di servizio che frastorna solo per pochi minuti.

Perché, inutile girarci intorno, Alien è diventato, come molte saghe consimili, più di un film. Vuoi per il franchise economico, per la simbolicità culturale o per l’importanza cinematografica. Ed è per questo motivo che non a caso nella sinossi non compaiono nomi. Come in una rilettura sci-fi di Psyco il protagonista viene meno. In questo caso, per di più, il personaggio è collettivo, un nugolo di attori amalgamati da ruoli e da intenti. L’unica individualità cui si dà credito è Daniels (Katherine Waterston) – che finisce però con l’essere il clone sbiadito di Ripley (senza offesa per Ellen).

Il protagonista pragmatico del film, indubbiamente, è lei, e anche David (Michael Fassbender) ci mette lo zampino. Ma ciò che permea ed è pompato nelle vene della storia è l’essenza di Alien: la presenza del mostro, la sua fama fittizia, le domande irrisolte, la collisione, già ricordata, tra naturale e sintetico. Nonostante alcune debolezze strutturali, Alien: Covenant è un film che si imbottisce in modo autonomo fagocitando la propria nomea. È un monumento ad “Alien” anche se spesso si deve ignorare un crepa o due.

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