Alice, simbolo di Fantasia

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Cari lettori, care lettrici, eccoci di nuovo immersi nel mondo meraviglioso di Alice (la prima parte qui). Quando pensiamo a lei probabilmente ce la figuriamo bionda, con un vestitino azzurro, con un grembiulino bianco davanti, probabilmente ce la figuriamo così perché così ce l’ha disegnata la Disney, nel film del 1951, a lei dedicato. Non deve essere stato facile per la casa d’animazione americana narrare questa storia, onirica, un po’ inquietante, in cui si tratta di follia, in cui non c’è una vera trama ma una serie di incontri al limite dell’assurdo. La decisione dev’essere stata quella di semplificare la storia, eliminando, eludendo, tutte le situazioni che potevano essere considerate “pericolose”, in quanto eversive rispetto all’ordine, concepito negli anni cinquanta in maniera non molto diversa dall’età vittoriana. I personaggi dei due libri sono stati mischiati, ma soprattutto banalizzati, resi macchiette divertenti ma prive di un messaggio “folle”(soprattutto il Cappellaio Matto, da cui viene eliminata completamento la dimensione drammatica), la frase dello Stregatto rivolta ad Alice “forse anche tu sei matta”, viene boicottata, il messaggio infine viene travolto. La Disney decide di fare passare il sogno di Alice come un viaggio affascinate sì, ma da cui poi bisogna tornare alla realtà, anche perché alla fine si rivelerà un incubo. Se nel finale della storia originale Alice era solo una testimone chiamata a parlare a un processo, nel film della Disney è lei che viene processata e, nel marasma finale, tutti i personaggi le si rivoltano contro, facendole desiderare di risvegliarsi a tutti i costi. Alice così risulta soltanto una bambina simpatica perché ribelle, una bambina che attraverso questo viaggio deve imparare che le regole in fondo sono meglio del “nonsense”, la fantasia va bene, ma solo per un po’, poi bisogna crescere. I genitori così sarebbero stati contenti!

Mi ricordo che il film da piccola mi piaceva però, mi affascinava. I personaggi mi sono rimasti impressi, così come a moltissimi altri bambini, perché tutti lo hanno visto. Ora, da adulta però, avendo letto i libri, capisco che il personaggio di Alice ha tutta un’altra portata, è molto più complesso, la Disney lo ha reso docile, ma forse non si poteva pretendere di più essendo rivolto a bambini molto piccoli, il messaggio forse non sarebbe arrivato, chissà.

Come non avrebbe potuto Tim Burton, famoso per i suoi film onirici e strani (come “La sposa cadavere”, “Big Fish”, “La fabbrica di cioccolato”, “The Nightmare Before Christmas”), non darci la sua versione di Alice, la storia onirica per eccellenza? Infatti nel 2010 ha deciso di produrre il suo “Alice nel paese delle meraviglie ” (con Mia Wasirowska, Johnny Depp, Anne Hathaway, Helena Bonham Carter) , con cui ha vinto 2 oscar per migliore scenografia e migliori costumi. Nel film il regista si immagina che Alice sia cresciuta ed ora sia un’adolescente; questa idea, come vi anticipai l’altra volta, è tratta dalle ultime righe di “Alice nel paese delle meraviglie”, in cui la sorella si chiede come Alice sarà, una volta cresciuta.

La storia inizia con un dialogo tra un’ancora piccola Alice e suo padre, a cui racconta di aver fatto un incubo, a cui chiede se stia diventando pazza. “Sì” lo è, ma “tutte le persone migliori sono pazze”, risponde lui. Ci troviamo poi a una festa, sono passati molti anni, il padre è morto, la madre è acida e severa. E’ il giorno in cui un ragazzo brutto e insulso deve chiedere ad Alice di essere sua moglie, tutti lo sanno, tranne lei. Ma Alice non è pronta a sposare nessuno, per di più odia questo ragazzo. Fugge da lui di fronte ad una folla in attesa del suo “sì”, vede un coniglio e mentre lo rincorre cade in un buco. Sottoterra incontra alcuni personaggi tratti da entrambi i libri (ma in parte diversi da quelli del film precedente) che la stanno attendendo poiché hanno bisogno di aiuto per sconfiggere la perfida Regina Rossa, la cui malvagità non è attribuita solo alla brama di potere ma anche al complesso di Caino.
Il complesso di Caino è, freudianamente, il senso di gelosia che il fratello/la sorella maggiore prova per il/la minore, causato dalla paura della perdita d’affetto da parte dei genitori. La Regina Rossa è gelosa della regina Bianca, la sorellina più amata, più bella, più dolce, mentre lei odia tutti, perché nessuno le dà amore. A causa di Bianca ha anche dovuto uccidere suo marito, temendo che avrebbe potuto amare sua sorella minore più di lei. La sua grande testa poi la rende insicura; questa insicurezza diventa violenza contro chi non ha difetti così evidenti. E’ terribile, solo Alice può salvare il mondo delle meraviglie dalla sua cattiveria.

Sul retro potete notare orecchie, nasi, pance enormi.. sono finte, sono lì per gratificare la regina!

Ma quando Alice arriva nessuno la riconosce, è cambiata, non crede più nei sogni, vuole risvegliarsi. Deve però ritrovare se stessa, hanno bisogno di lei per sconfiggere il Jabberwocky, il mostro della Regina. Questo secondo viaggio nel mondo sotterraneo sarà utile proprio per aiutare Alice a ritrovarsi, a continuare a credere nei sogni anche se non è più una bambina, a comprendere ciò che vuole veramente per la sua vita, a sconfiggere l’ipocrisia del tempo (di cui la Regina Rossa è simbolo, in quanto attorno a lei tutti fingono di avere difetti per accontentarla). All’inizio Alice non sa se vuole affrontare la situazione, lei non uccide, non ucciderà il Jabberwocky, quel mondo non è il suo, non le appartiene. Ma poi, con un processo di crescita, decide di prendere in mano la situazione e di agire, di non essere più passiva, di essere protagonista della sua vita. E’ un processo lento, aiutato dal Cappellaio Matto, ma la cui svolta avviene quando parlerà con il Brucaliffo, che, utilizzando l’arte maieutica, le fa ricordare di di esserci già stata nel Paese delle meraviglie, molti anni prima. Pensando a sei cose impossibili come fossero reali, uccide il Jabberwocky, con esso ha sconfitto l’ipocrisia, ora è pronta per affrontare la situazione che ha lasciato irrisolta nel suo mondo. Torna così sulla terra per dire che non sposerà quel ragazzo stupido e che passerà tutta la vita viaggiando sulle navi, torna sulla terra avendo re-imparato a sognare.

In questo processo di crescita, come vi dicevo, è fondamentale l’aiuto del cappellaio, il personaggio forse più interessante della versione di Tim Burton, su cui mi piacerebbe soffermarmi un attimo.  Il cappellaio emerge rispetto agli altri personaggi, il suo tipo di pazzia ricorda quello dei protagonisti dei libri di Pirandello, considerati folli poiché non accettano l’ipocrisia attorno a loro. Nel film lui è l’eroe che rivela che ognuno si nasconde sotto una maschera, l’eroe che porta la verità, spogliando la corte della Regina Rossa dai suoi finti difetti. Prima che Alice riappaia, soffre, nessuno crede in lui, nessuno lo capisce ed è simile a lui. Ma quando Alice arriva, gli occhi del cappellaio si riaccendono, lei è il suo alter ego, come lui non accetta le convenzioni della società. Si aiutano a vicenda, lei lo aiuta a credere in se stesso, a credere che “tutte le persone migliori sono matte”, a combattere per la verità. Ma anche lui aiuta Alice a trovare in sé ciò che ha perso crescendo, facendo lo stesso lavoro che il padre faceva quando era piccola, mostrandole che possiamo, dobbiamo credere anche in cose impossibili. Quando Alice dovrà tornare alla realtà, sarà difficile dirsi addio.

Il film di Tim Burton ci porta in un mondo decadente, dove entrano in scena anche la politica, la guerra e la violenza, forse perché questo mondo è un sogno di Alice (la domanda se si tratti di sogno o realtà è aperta nel film) di un’Alice che, cresciuta, conosce la violenza della realtà, violenza che si infiltra anche nei suoi sogni.

A primo impatto ciò che viene da dire sicuramente è che Tim Burton ha cambiato completamente la storia. Riflettendoci però si tratta di un seguito, e nei libri non c’era una vera e propria storia ma “solo” un mondo meraviglioso, dove ognuno avrebbe potuto trovare la sua Alice, usando la fantasia. Il messaggio poi non è cambiato, forse, anzi, è stato reso più moderno, grazie al contributo della psicanalisi, degli studi sui disturbi mentali svolti nel XX secolo. Quello che ci vuole dire Tim Barton, insomma, è che la follia spesso è solo essere diversi dal “normale”, è usare la fantasia, è vivere un mondo più affascinante e immenso di quello costruito sulla base di soli fatti.

una delle illustrazioni di Dalì

Della fantasia Alice è diventata un simbolo in tutto il mondo anglosassone, il quale poi l’ha fatta conoscere in tutta la società occidentale e nel mondo. Il libro è stato pubblicato in 92 lingue, sono state fatte 22 trasposizioni televisive e cinematografiche, un sacco di libri e canzoni sono dedicati alla ragazza sognatrice. Ad esempio il gruppo “Jefferson Airplane” ha scritto una canzone “White rabbit”, in cui il mondo di Alice è un trip allucinato; “Go Ask Alice” (autore anonimo) invece è un libro in cui un’adolescente cade nel mondo della droga. Anche in Italia Alice è arrivata: Gianni Rodari ha scritto un sacco poesie su “Alice Cascherina”, Francesco de Gregori ha cantato “Alice non lo sa”, in cui una ragazza guarda il mondo attorno intorno a lei, ma non lo comprende, essendosi rifugiata in un suo mondo proprio. Ma ancora ci sono un libro ( scritto da Lisa di Ginevra, un medico neuropsichiatra), e un film, chiamati “Still Alice” che parlano di una donna che si rifugia nel suo mondo a causa del morbo di Alzheimer. Anche in “Shining” (di Stanley Kubrick), in “Donnie Darko, in “Matrix”(tutti film fantasy-metafisici) ci sono citazioni dal Paese delle Meraviglie. Dalì, infine, ha fatto splendidi dipinti per il libro. Così il nome di “Alice” è diventato un sinonimo di vivere in un altro mondo, un fuga  che denuncia una realtà grigia, in cui non c’è più spazio per sognare.

Mantenete viva l’Alice che è in voi, spero che il viaggio vi sia piaciuto! Torneremo presto a  parlare di lei, tra poco uscirà il seguito del film di Tim Burton, Alice in Wonderland – Through the Looking Glass, ma cambierà la regia. Chissà che ne verrà fuori!

Ma i Beatles? avevo detto che avrei parlato anche di loro, è vero. Ebbene, il tricheco della canzone I am the Walrus è un riferimento al poemetto “Il tricheco e il falegname”, uno dei poemetti di cui “attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò” è pieno.

The walrus and the carpenteer

 

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