Recensione – Kong: Skull Island

Quasi ottuagenario, risente del cambiamento culturale ma non di quello spettacolare. Dalla genesi del 1933 King Kong ha avuto varie forme e risultati costanti. Kong: Skull Island pasticcia un po’ con la vendetta, il predominio bellico e una filigrana sporadica che echeggia di Apocalypse Now. Ma infine dà vita a una terra emersa avvincente, malata di gigantismo, che ribalta il mito del bestione e ne riscrive il ruolo.

“L’ottava meraviglia del mondo”, come agli inizi, permane e sbigottisce impregnata del truculento Vietnam. Allo scadere del conflitto, più per sfinimento che fiducia, prende il via l’operazione: esplorare l’Isola del Teschio prima che il satellite sovietico ci transiti sopra. Lo scopo scientifico, se c’è mai stato, cede presto alla sopravvivenza. Ed è allora che aver reclutato un veterano cacciatore (Tom Hiddleston) e un plotone agguerrito non si fa rimpiangere.

Se in principio era il cinema, ora è il rancore – dove c’era una cinepresa, napalm e bombe. Il caposaldo degli Anni Trenta scaturiva dall’ostinazione dello spericolato regista Denham a realizzare un film esotico. L’obiettivo era lo spettacolo, il sensazionalismo, una testimonianza imbottita di divismo al femminile. Il recente film di Jordan Vogt-Roberts, al contrario, rinuncia a edulcorare il movente della ricerca e lo carica di particolari feroci e sanguigni. Dietro le vestigia della scienza spiccano la belligeranza, l‘ossessione militare anziché accademica, e un appannamento di suspense. Tra le due, a essere onesti, meglio la mania per i diagrammi che per gli esplosivi.

La volontà di cercare un fenomeno attrattivo, dunque, viene meno – anche se lo scontro tra capibranco (o maschi alpha) si riduce a un duello impari e prevedibile tra il primate abnorme e il colonnello Packard (Samuel L. Jackson). Tutt’altra storia per lo scimmione. Alla veneranda età di un cucciolo – complice la chirurgia della CGI – non perde i vizietti molto umani, quali sfasciare elicotteri e sventrare bestie. Viene depauperato della vena melodrammatica e smette i panni dello spasimante. Il Kong moderno è un protettore, il baluardo di un’invasione un po’ catastrofica e un po’ ridicola come quella de L’era glaciale 3.

Niente più damigelle in pericolo, dunque, almeno non inermi vita natural durante. Il personaggio femminile di Weaver (Brie Larson), unico rimasuglio del tema “cinema & fotografia” del film originario, è al passo con tempi. Impone l’abrogazione della svenevole eroina che di eroico ha gli addominali del salvatore. Ciononostante non si rinuncia all’ordito pseudo-romantico, che se non era intenzionale è percepito come tale – una montagna nel deserto. Weaver non sembra una sgualdrina, e Kong difficilmente è in piena tempesta ormonale.

Di Skull Island rimangono i tramonti bruni e le analoghe bombe wagneriane, nonché il truce ghigno di Packard vs Kong. Diverso per gli aspetti elencati dall’antenato classico, è soprattutto l’impronta favolistica che sfugge all’appello. La bella non uccide la bestia, anzi; è la bestia che incarna una bellezza ancestrale, computerizzata e scolpita nel cielo. Kong è la star del film. Si fa supplicare come una prima donna e poi agisce come un soldato imperturbabile. E sta lì, sfolgorante nella sua pelliccia, padrone del palcoscenico che gli si conviene.

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Za la Film

Chi sono? Irrilevante. Uomo o donna, nullafacente od occupato, recensore o perditempo. Mi sono laureato presso il DAMS di Bologna e frequento attualmente la magistrale CITEM. Studio, scrivo, fotografo, perché l’amore è l’amore e, se è amore per il cinema, tanto di guadagnato. Mi inoculo di serialità contemporanea, quando posso, e, quando posso, sgattaiolo in una sala buia, laggiù, dove la penombra attende i ventiquattro fotogrammi al secondo e gli occhi della platea sono avidi di storie e d’immagini.