12 Anni Schiavo nelle piantagioni dell’ignoranza

12 anni schiavo

Dodici anni sembrano pochi. Ma in dodici anni l’età scavalca una decade, si tengono tre Giochi Olimpici e poco più di due elezioni parlamentari. In dodici anni si vincono guerre, la progenie fa figli, si stravolgono teorie. Dodici anni, per chi ne ha venti, si accatastano come “tempo”, un lasso di periodi che combacia con una vita. Ecco perché 12 anni schiavo è un film massiccio. Dilata il tempo fino quasi ad annullare il suo passo elegante e sonnolento, lo appesantisce. Lo percepiamo come un ectoplasma che ci attraversa, c’è e non c’è, trasporta il dolore fino alle lacrime e impolvera i capelli d’argento e trepidazione.

Iniziare con una divagazione non mi fa onore. C’è da riflettere, tuttavia, su un particolare luogo comune. Quello che squadra il cinefilo come un sacerdote del cinema, con sciarpa a mo’ di paramento e occhiali, e lo stesso che etichetta un film di prestigio come prolisso, esistenziale e incomprensibile. Concretamente parlando, è solo un rozzo stereotipo: un film deve essere sempre comprensibile.

Credo sia questo trinomio di aggettivi, specie l’ultimo, che mi ha fatto inorridire di fronte a Mad Max: Fury Road annoverato tra i film candidati all’Oscar per miglior lungometraggio. E forse proprio per questo è stato equivocato. Sorvolando sulle mie pistolettate al vetriolo sul film di Miller, chi ha meritato il premio due anni or sono è stato proprio 12 anni schiavo. Un noto youtuber iniziava un suo video proprio menzionando tale raggiungimento, adducendolo come esempio per il criterio di patriottismo con cui vengono votati i migliori film. (Il che è in sintonia con il trionfo di Spotlight, ma come si suol dire è un’altra storia.)

Non senza un po’ di campanilismo, effettivamente, il film con protagonista Chiwetel Ejiofor si è imposto alla critica e all’Academy – non diversamente, in Italia, esalteremmo ogni lustro al nostro Paese, un po’ come fa la RAI. È impossibile, comunque, non convenire riguardo alla pregevolezza dell’opera, fondata sull’immane ampiezza narrativa e formale e, contemporaneamente, pennellata come una miniatura in ogni immagine. La storia raccontata è quella incredibile di Solomon Northup, uomo libero rapito e rivenduto come schiavo negli Stati del Sud. Prima dell’abolizionismo, prima che l’uomo già umano venisse riconosciuto, a denti stretti, come tale. Il congegno narrativo serpeggia tra il cotone, l’ipocrisia e la caparbietà, la tenacia psicologica e fisica agognando il ritorno.

12 anni schiavo sfiora senza nemmeno saltare l’asticella del capolavoro, grazie al superbo operato del regista Steve McQueen (pura omonimia con il deceduto attore). La costruzione stilistica e recitativa è meravigliosa. Cumberbatch e Fassbender istigano alla lapidazione tanto ripugnano il senso morale. Tutto questo, prima ancora dell’angosciante susseguirsi di eventi, dispiega un mondo primitivo e barbaro che noi “contemporanei” con ostinazione appelliamo “moderno”.

Di moderno in senso lato, alla metà dell’Ottocento, c’erano giusto un paio di situazioni ammirevoli, quali Abraham Lincoln e il progresso scientifico. Quest’ultimo, nella rugiada del terzo millennio, ha forgiato una prigionia priva di secondini quale è divenuta la scatoletta elettronica comunemente chiamata cellulare. Questa è la schiavitù moderna, sobillata dalla pigrizia che ci fa piegare il collo come servi di un padrone inesistente (ne abbiamo parlato in Perfetti sconosciuti).

Lincoln, Presidente e non oracolo, ha combattuto la schiavitù del suo tempo. Quella ignorante e disumana che per millenni ha sfiancato il mondo con suo grande giubilo. E Steve McQueen sembra aver compreso l’alchimia eretica della schiavitù, indicandone come patogeno proprio l’ignoranza. O, meglio, la mancanza di cultura.

La durezza della condizione di schiavo, lungi dall’apologia di Griffith o dall’epica tarantiniana, gronda impastata del dolore incurabile di troppe persone, troppe vittime. Esseri umani. Deprivati brutalmente della libertà, raschiati via dalla propria cultura. Trattati non come bestie ma come sostanza inanimata, sassi, alla mercé della frusta e delle ingiurie. Oggetti, non nell’accezione di “cosa che si utilizza” bensì nel senso assai più spregevole di proprietà acquistate per poche monete. La vera dilapidazione, in questo senso, è quella di coscienza da parte dei negrieri, con una falla aperta in petto che vomita dignità imbarcando ipocrisia.

E non esiste, contraddicendo Massimo Decimo Meridio, un’elargizione che spezzi l’aggiogamento. La cultura non è la chiave giusta finché le catene sono di metallo infetto. Nella melodia ricreativa imposta dagli aguzzini la morte scassina la ragione e persuade che solo lei può disserrare i lucchetti. Ma il Cielo è vuoto, i troni hanno traslocato in mondi più fertili lasciando solo qualche sgabello rugginoso.

Basterebbe qualche libro, forse. Un po’ di cultura in più, immersa a volontà nell’abnegazione. L’astio si potrebbe calcificare, e sgretolarsi alle prime parole sensate. Così si è liberato Solomon, con un libro sulla propria storia. Talmente libero da rinunciare alla morte, al punto che di questo evento siamo totalmente all’oscuro, archeologi senza cartina. Potremmo farlo, oggi. Alzare il capo, drizzare il collo e distenderlo sopra un libro, verso uno stereo. Forse non saremmo più liberi, ma avremmo la consapevolezza di cos’è la libertà.

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Za la Film

Chi sono? Irrilevante. Uomo o donna, nullafacente od occupato, recensore o perditempo. Mi sono laureato presso il DAMS di Bologna e frequento attualmente la magistrale CITEM. Studio, scrivo, fotografo, perché l’amore è l’amore e, se è amore per il cinema, tanto di guadagnato. Mi inoculo di serialità contemporanea, quando posso, e, quando posso, sgattaiolo in una sala buia, laggiù, dove la penombra attende i ventiquattro fotogrammi al secondo e gli occhi della platea sono avidi di storie e d’immagini.